Il gup del Tribunale di Reggio Emilia ha pronunciato la parola fine su uno dei capitoli giudiziari più chiacchierati degli ultimi anni: Vittorio Sgarbi è assolto dall’accusa di riciclaggio relativa al dipinto seicentesco La cattura di San Pietro attribuito a Rutilio Manetti. Il processo, celebrato con rito abbreviato, si è concluso con la formula classica dell’insufficienza di prove (la vecchia “vecchia formula” che molti ricordano ancora come “non ha commesso il fatto” ma più sfumata). La Procura, guidata da Gaetano Calogero Paci, aveva chiesto tre anni e quattro mesi di reclusione: una condanna pesante che non è arrivata.
La vicenda ruota attorno a un quadro rubato nel febbraio 2013 dal Castello di Buriasco, in provincia di Torino. L’opera sparisce, poi riappare nel 2021: un dipinto identico viene esposto nella mostra “I pittori della luce” a Lucca, curata proprio da Sgarbi, che lo presenta come inedito di sua proprietà. Scattano le indagini dei Carabinieri del Nucleo Tutela Beni Culturali, innescate anche da inchieste giornalistiche di Report e Il Fatto Quotidiano nel 2023. L’ipotesi accusatoria: quel quadro esposto era il medesimo trafugato, riciclato attraverso una presunta contraffazione o modifica per nasconderne la provenienza illecita.
Sgarbi, difeso dagli avvocati Alfonso Furgiuele e Giampaolo Cicconi, ha scelto il rito abbreviato: niente dibattimento pieno, niente nuove testimonianze o perizie aggiuntive. Il gup ha valutato le carte e ha detto no: le prove non reggono. “Il fatto non costituisce reato” anche per l’imputazione residua di riciclaggio, dopo che contraffazione e autoriciclaggio erano già stati archiviati in fase di indagini preliminari.
I legali del critico non hanno perso tempo: “Dopo un giudizio regolare, Vittorio Sgarbi è stato assolto perché il fatto non costituisce reato. Ciò dimostra, ancora una volta, come la macchina del fango attivata con gli strumenti mediatici provochi ingiusti – e difficilmente riparabili – danni morali e materiali per un cittadino innocente”. Parole durissime, che dipingono un quadro di persecuzione mediatico-giudiziaria.
La Procura, dal canto suo, non molla del tutto: “Attendiamo di leggere le motivazioni per valutare un possibile ricorso”, ha fatto sapere il procuratore Paci. Le motivazioni arriveranno tra 45 giorni, e solo allora si capirà se il verdetto reggerà in appello o se la storia avrà un seguito.
Intanto Sgarbi, che negli ultimi mesi ha affrontato gravi problemi di salute (tumore al rene operato, chemioterapia, dimissioni da sottosegretario alla Cultura nel governo Meloni), esce dal processo con un’assoluzione piena su questo filone. Non è la prima volta che il critico d’arte più divisivo d’Italia finisce sotto i riflettori giudiziari, ma è la prima assoluzione netta in un caso che aveva fatto rumore a livello nazionale.
La sentenza è arrivata in un momento delicato per Sgarbi, reduce da mesi difficili. Lui, che ha sempre vissuto di eccessi e polemiche, stavolta può dire: il tribunale ha parlato. E per ora, ha parlato a suo favore.

