“Io sono verticale” per Scenari pagani. Intervista a Francesca Astrei

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L’artista ci conduce dietro le quinte del suo lavoro, tra riflessioni filosofiche e sfide attoriali.

di Marco Visconti


Il sipario di “Scenari pagani 28” si apre nel giorno dedicato all’amore per un appuntamento che promette di scavare nelle profondità dell’anima. Il 14 febbraio, alle ore 20:45, l’Auditorium “Sant’Alfonso” accoglie Francesca Astrei con il suo intenso spettacolo “Io sono verticale”. L’opera arriva a questo quarto incontro della rassegna con un palmarès d’eccezione, avendo conquistato il Premio Ubu come miglior attrice under 35, il premio della giuria Direction Under 30 e il Premio Yarts Project. La produzione, sostenuta dal Teatro di Roma in collaborazione con Carrozzerie N.o.t. e Nidoramai e arricchita dalle luci di Chiara Casale, offre uno sguardo unico su un tema delicato e universale. L’esperienza inizierà già prima dello spettacolo con il consueto AperiSpettacolo curato da Ritratti di territorio, che vedrà protagoniste le eccellenze artigiane di Pepe Mastro Dolciere e Famiglia Pagano 1968. In questa intervista, Francesca Astrei ci conduce dietro le quinte del suo lavoro, tra riflessioni filosofiche e sfide attoriali.


Francesca, da dove nasce il bisogno di raccontare, tramite l’arte, “Io sono verticale”?
Lo spettacolo affronta il tema della depressione non solo dal punto di vista di chi “abita” una crisi, ma anche di chi è accanto alla persona depressa. Seguendo l’idea di Andrew Solomon nel saggio “Il demone di mezzogiorno”, credo che la depressione possa essere descritta solo con metafore e allegorie. L’obiettivo del lavoro sta proprio nel cercare di indagare il dialogo tra chi attraversa la crisi e chi, pur volendo, non riesce a comprenderla“.

Il suo Lazzaro è un personaggio controcorrente: invece di accogliere la vita, oppone resistenza. Cosa l’ha spinta a dare voce a chi, semplicemente, non vuole “alzarsi e camminare”?
Lazzaro, al chiuso nel proprio sepolcro, viene richiamato alla vita con una frase che permetterebbe al corpo di uscire dalla paralisi del dolore. Chi è depresso racconta che nei momenti di buio la sensazione è quella di non esistere in un corpo che esiste: la figura di Lazzaro mi sembra possa raccontare questa condizione di “vivo/morto”. Il mio desiderio era dare un immaginario e un vocabolario a queste sensazioni difficili da convertire in parole“.

Francesca Astrei.


Lei usa citazioni bibliche ed evangeliche con una forte carica ironica. Come è riuscita a bilanciare la sacralità del materiale d’origine con la “garbata levità” che caratterizza la sua scrittura?
L’obiettivo non è una riscrittura delle Scritture; la tradizione cristiana viene citata per fornire un immaginario metaforico della chiusura in una tomba rispetto a quella che, per chi è fuori, sembra la soluzione più ovvia. I personaggi diventano archetipi e portavoce del proprio sguardo sulla depressione. Credo in una scrittura che restituisca la complessità del vivere, dove gli eventi comici e drammatici si mescolano continuamente“.

Lei passa con estrema disinvoltura da un registro comico a uno poetico. Qual è stata la sfida tecnica più grande nel dare corpo a questa “scrittura fluttuante”?
La mia più grande paura era quella di poter sminuire la profondità del tema con momenti più leggeri. Ma sono convinta che poter sorridere di qualcosa non sia sinonimo di sminuirla. La vita è un alternarsi di temperature differenti e la scrittura deve assecondare questo aspetto cangiante“.

La sua interpretazione è ricca di energia, eppure il tema è quello della stanchezza. Come si concilia questa vitalità scenica con l’apatia del suo protagonista?
Il nucleo sta nel contrasto tra le forme di vitalità che circondano Lazzaro e il suo sentirsi immobile. In scena interpreto entrambi gli aspetti e questo mi permette di spaziare tra stati emotivi differenti. Inoltre, la recitazione è sempre una questione di energia: anche l’interpretazione dell’apatia richiede, come mezzo di comunicazione, una grande forza attoriale“.

Francesca Astrei in “Io sono verticale”.


C’è un momento specifico nel testo in cui sente che l’humor diventa l’unica arma possibile per affrontare verità così profonde?
In realtà no, non credo al senso dell’humor come a una soluzione o a un’unica arma. Preferisco pormi con amorevolezza verso ogni tema. Sono argomenti così delicati e variabili che il termine “arma” non si addice alla materia; si tratta piuttosto di strumenti, consapevolezza e assenza di giudizio“.

Se lei potesse incontrare il Lazzaro biblico oggi, cosa gli direbbe per convincerlo a uscire da quel sepolcro?
La verità è che non lo so. Tutto lo spettacolo si incentra proprio su cosa dire e non dire ai “Lazzari” della nostra vita. Non mi sento all’altezza di offrire un’argomentazione definitiva perché ogni Lazzaro reale ha una storia e circostanze diverse. Sicuramente non mi porrei in un’ottica di giudizio, ma mi predisporrei all’ascolto“.