L’economia russa sta entrando in una fase critica nel 2026, a quattro anni dall’invasione su larga scala dell’Ucraina. Per anni le sanzioni occidentali sono state descritte come inefficaci, troppo lente e facilmente aggirabili, incapaci di fermare la macchina bellica di Vladimir Putin. Oggi, però, il quadro è cambiato: i dati e le valutazioni europee indicano un impatto significativo e potenzialmente irreversibile.
David O’Sullivan, inviato speciale dell’Unione Europea per le sanzioni, in un’intervista esclusiva al Guardian del febbraio 2026, ha dichiarato con fiducia che le sanzioni «hanno davvero inciso sull’economia russa». Non sono una «bacchetta magica», ha precisato, ma stanno producendo effetti concreti. Il cuore del problema è la distorsione profonda causata dalla trasformazione dell’economia civile in economia di guerra: una forzatura che può reggere nel breve termine, ma che «non può sfidare all’infinito le leggi della gravità economica». Nel corso del 2026, avverte O’Sullivan, il sistema potrebbe diventare insostenibile.
Le Entrate Energetiche in Crollo: Il Pilastro che Vacilla
Le entrate da petrolio e gas rappresentano da sempre la linfa vitale del bilancio federale russo. A gennaio 2026, secondo i dati del Ministero delle Finanze russo riportati da Reuters, queste sono dimezzate rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, toccando il livello più basso dal luglio 2020: circa 393,3 miliardi di rubli (5,1 miliardi di dollari). Il calo è stato guidato da prezzi globali del greggio più bassi, uno sconto maggiore sul petrolio russo (Urals a livelli record sotto il Brent) e un rublo più forte che riduce i guadagni in valuta locale.
Nel 2025 le entrate energetiche erano già scese del 24% rispetto all’anno precedente, al minimo dal 2020. Per il 2026 le proiezioni indicano un ulteriore calo del 18% rispetto ai piani governativi, con un possibile deficit di bilancio che triplica (fino al 3,5-4,4% del PIL invece dell’1,6% previsto). Questo crollo erode le basi su cui si regge l’economia russa: le risorse naturali, che coprono ancora una quota sostanziale del budget nonostante la diversificazione forzata verso la Cina e l’India.
Inflazione, Tassi e Pressione sul Sistema Finanziario
L’inflazione si attesta intorno al 6% (dati di fine 2025-inizio 2026), con aspettative ancora elevate tra famiglie e imprese. La Banca Centrale russa ha tagliato il tasso chiave a 16% a dicembre 2025 (da picchi superiori al 20%), ma resta elevato per contenere le pressioni inflazionistiche generate dalla spesa militare (fino al 40% del budget) e dalle carenze strutturali.
Tassi alti penalizzano consumi, investimenti civili e welfare, mentre il settore militare assorbe risorse a scapito dell’economia reale. La Banca Centrale prevede un ritorno all’inflazione target del 4-5% nel 2026, ma gli indicatori «lampeggiano rossi», come ripetuto da O’Sullivan: mercato del lavoro teso, clima di investimento scarso nel settore civile e deficit in crescita.
Le Sanzioni Europee: 19 Pacchetti e la Lotta all’Elusione
L’UE ha adottato finora diciannove pacchetti di sanzioni, colpendo oltre 2.700 individui e entità, bloccando settori chiave: energia, aviazione, tecnologie dual-use, beni di lusso, diamanti e oro. O’Sullivan riconosce che l’elusione persiste («ci sarà sempre chi cerca di aggirare le regole»), ma rivendica successi nel limitare la riesportazione di componenti critiche attraverso Asia centrale, Caucaso, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Balcani.
Un capitolo cruciale è la flotta ombra: centinaia di vecchie petroliere con proprietà opache usate per esportare greggio verso Cina e India. Bruxelles ha sanzionato quasi 600 navi, convincendo molti Stati di bandiera a ritirare le registrazioni. «I russi fanno sempre più fatica a far scorrere il petrolio», ha affermato O’Sullivan. Nuove misure nel 2026 includono sequestri (come quello francese di una petroliera sospetta nel Mediterraneo) e un price cap dinamico sul greggio russo abbassato a 44,10 dollari al barile da febbraio.
Il Ruolo di Cina e India: Il Convitato di Pietra
La Cina riempie i vuoti lasciati dall’Occidente, acquistando petrolio scontato senza fornire armi dirette. Le risposte di Pechino alle proteste europee sono rituali: «Non vediamo problemi». L’India resta un grande acquirente, ma è anche partner strategico per l’Europa, creando ambiguità. O’Sullivan insiste sulla necessità di «massima pressione» su questi paesi per ridurre ulteriormente le entrate russe, sfruttando il mercato globale «inondato» di greggio.
Il Contesto Diplomatico: I Colloqui di Abu Dhabi
Questo scenario economico fa da sfondo ai colloqui trilaterali (Ucraina, Russia, Stati Uniti) mediati da Washington ad Abu Dhabi nel febbraio 2026. Il primo giorno è stato definito «sostanziale e produttivo» da Kyiv e Mosca; il secondo giorno è proseguito con gruppi di lavoro separati e sincronizzazione di posizioni. Sul tavolo: territori occupati, garanzie di sicurezza, rischio di congelamento del conflitto senza vera risoluzione.
Le sanzioni non fermano i missili, ma modellano il contesto diplomatico. Se erodono davvero le fondamenta russe, il tempo gioca a favore di una posizione più dura da parte ucraina ed europea. Un allentamento prematuro in nome di una pace affrettata rischierebbe di legittimare l’aggressione, preparando il terreno a future minacce.
Verso un Punto di Non Ritorno?
L’economia russa, resiliente fino a poco tempo fa grazie a spesa militare e reindirizzamento delle esportazioni, mostra crepe crescenti nel 2026. Crollo delle entrate energetiche, inflazione persistente, tassi elevati e distorsione bellica stanno spingendo verso un punto critico. Come sottolinea O’Sullivan, il 2026 potrebbe segnare il momento in cui il sistema diventa insostenibile. Le sanzioni, pur non decisive da sole, stanno determinando il perimetro entro cui si muove la diplomazia. Il futuro dipenderà dall’esito dei negoziati e dalla tenuta della coalizione occidentale: se la pressione regge, il tempo potrebbe diventare l’arma più efficace contro l’aggressione russa.

