Le parole di Mario D’Apuzzo arrivano come un atto d’accusa frontale e senza attenuanti contro la narrazione che ha accompagnato l’ultima stagione politica di Castellammare. Le dichiarazioni del sindaco Luigi Vicinanza, rilasciate in video a margine di un’iniziativa del Partito Democratico, diventano per l’ex protagonista del centrodestra il punto di non ritorno: non più allusioni, non più retroscena, ma una presa di posizione pubblica che chiama in causa responsabilità politiche precise. Liste già confezionate prima della candidatura, assenza di un vero vaglio sulla classe dirigente, propaganda moralistica usata come arma elettorale e oggi smentita dai fatti. Per D’Apuzzo il “cambio di passo” promesso alla città non c’è mai stato, e quanto sta emergendo non è che l’inizio.
“Le ultime dichiarazioni del sindaco Luigi Vicinanza, rilasciate a margine di un’iniziativa del Partito Democratico napoletano e affidate a una video-intervista, rendono ormai necessario un chiarimento pubblico che non può più essere eluso.
Non posso considerarmi estraneo a quanto sta accadendo. Al contrario, mi sento pienamente legittimato a intervenire e, per molti aspetti, parte lesa di questa vicenda.
È doveroso dirlo con onestà: sarebbe troppo facile individuare nel Sindaco l’unico ed esclusivo responsabile di tutto ciò che oggi emerge. La ricerca del capro espiatorio è una scorciatoia comoda, soprattutto per chi pensa già di potersi riciclare in una prossima e ravvicinata campagna elettorale. Ma la realtà è ben più articolata e, soprattutto, meno rassicurante.
Le stesse parole del primo cittadino finiscono però per confermare ciò che da tempo andavo sostenendo: le liste erano già pronte, già definite, già “apparecchiate” ben prima che la candidatura
prendesse forma
Un’ammissione che apre interrogativi politici di enorme rilevanza.
Se, come oggi afferma candidamente il sindaco, quelle liste erano il frutto del lavoro di altri, significa che egli si è affidato in modo quantomeno imprudente – se non improvidente – all’operato di qualcuno senza averne reale contezza, senza una conoscenza diretta e approfondita degli uomini e delle donne che lo avrebbero affiancato in questa avventura amministrativa.
E qui sta il nodo vero, che non può essere eluso né minimizzato: come avrebbe potuto garantire legalità, trasparenza e soprattutto un reale contrasto alla camorra, se non conosceva – o non conosce ancora – tutti coloro che hanno composto e sostenuto la sua maggioranza?
Come si può rivendicare una funzione di argine alla criminalità organizzata se, a monte, si ammette di non aver esercitato un controllo politico rigoroso sulla costruzione delle liste e sulla selezione della classe dirigente?
Non lo affermo oggi per rivendicare capacità profetiche o per appuntarmi meriti che non mi interessano. Lo affermo perché già nella fase di costruzione della coalizione esistevano tutti gli elementi per prevedere l’esito a cui stiamo assistendo. Ed è proprio l’assenza di quel vaglio politico preventivo a costituire, oggi, una delle responsabilità più gravi.
E temo, con crescente preoccupazione, che quanto sta emergendo rappresenti solo la punta dell’iceberg.
Rivendico inoltre il diritto – e il dovere – di intervenire a difesa di quei miei compagni di squadra, ingiustamente umiliati da uno scioglimento che, alla prova dei fatti, si è rivelato infondato.
Uno scioglimento per il quale è bene ricordarlo con chiarezza: non è emerso un solo atto della magistratura inquirente a carico di alcuno. Eppure, su quella vicenda si è costruita una violenta e sistematica propaganda elettorale, utilizzata per screditare il centrodestra in maniera del tutto gratuita e strumentale.
Una propaganda tanto aggressiva quanto contraddittoria, se si considera che la coalizione di centrosinistra ha imbarcato di tutto e di più pur di vincere. Una vittoria salutata con entusiasmo anche da AUTOREVOLI PERSONALITÀ DELLO STATO, ENTUSIASMO CHE – ALMENO PER QUANTO MI RIGUARDA – HA FINITO PER INCRINARNE SERIAMENTE L’AUTOREVOLEZZA.
Oggi, a distanza di pochi mesi, quella narrazione moralistica si sgretola sotto il peso dei fatti.
E mentre si tenta faticosamente di riscrivere la storia, distribuendo responsabilità a posteriori e prendendo le distanze da ciò che fino a ieri si difendeva senza esitazioni, resta una verità semplice e scomoda: il cambio di passo promesso a Castellammare non c’è mai stato.
Ed è proprio questa verità, più di ogni altra, a spiegare perché siamo arrivati fino a questo punto”.

