L’ avvocato Mario D’Apuzzo,capo di opposizione nel Consiglio Comunale di Castellammare di Stabia, interviene sul recente invio della Commissione di accesso al Comune di Castellammare di Stabia. Secondo D’Apuzzo, come ha dichiarato in esclusiva per MediaNews24, lo strumento prefettizio non è una condanna preventiva, ma una misura di garanzia per tutelare la città da eventuali condizionamenti criminali. L’esponente politico sottolinea che eventuali dimissioni del sindaco Luigi Vicinanza non avrebbero impedito la nomina della Commissione e richiama tutti a una responsabilità politica rigorosa, soprattutto per chi si propone come garante della legalità e della trasparenza nella gestione pubblica.
La dichiarazione
Ho già avuto modo di esprimere pubblicamente la mia posizione sull’invio della Commissione di accesso al Comune di Castellammare di Stabia. Lo ribadisco con chiarezza: la Commissione di accesso non è una condanna preventiva, ma uno strumento di salvaguardia e di garanzia, previsto dall’ordinamento proprio per tutelare le istituzioni e la comunità quando emergono elementi che impongono un approfondimento rigoroso.
Definire lo scioglimento – ove mai dovesse essere disposto – come un “danno per la città” è un’impostazione profondamente errata. Se lo scioglimento fosse la conseguenza di un’indagine rivelatasi fondata, non esisterebbe anticorpo più forte per una comunità che quello di sottrarre l’amministrazione pubblica a qualsiasi forma di condizionamento criminale. Il vero danno sarebbe affidare, anche solo indirettamente, la gestione della cosa pubblica ai clan.
Quanto alla natura dell’atto, non parlerei di fulmine a ciel sereno. Piuttosto, di un atto dovuto, alla luce del quadro complessivo che si è andato delineando. E su questo punto è bene essere netti: le eventuali dimissioni del Sindaco non avrebbero in alcun modo impedito la nomina della Commissione di accesso. I poteri prefettizi si esercitano in presenza di presupposti oggettivi e prescindono dalle scelte politiche contingenti.
Diverso è il piano della responsabilità politica e amministrativa. Se fossi stato al posto del Sindaco, mi sarei preoccupato di dare maggiore incisività e visibilità alle verifiche interne, in particolare sugli affidamenti diretti e su un capitolo delicatissimo come quello della raccolta dei rifiuti. Avrei adottato un atteggiamento apertamente rassicurante, tanto verso la città quanto verso gli organi di controllo, rafforzando l’idea di un’amministrazione che non teme le verifiche ma le sollecita. È, del resto, ciò che ho sostenuto anche nel corso dell’ultimo Consiglio comunale.
Sul rischio di un nuovo commissariamento per infiltrazioni camorristiche a meno di due anni dalle elezioni, non condivido letture che parlano di una responsabilità indistinta o collettiva. Se questo rischio esiste, esso non nasce dal nulla e non può essere diluito in una colpa generica della città o delle istituzioni nel loro complesso.
La responsabilità politica va piuttosto ricondotta a chi ha assunto su di sé il ruolo di garante, a chi ha cucito sul petto della coalizione di centrosinistra lo scudetto della legalità, presentandosi come certificatore dell’affidabilità delle scelte e delle liste. È possibile – ed è persino probabile – che anche chi ha svolto questo ruolo sia stato raggirato da chi ha taciuto o occultato informazioni decisive, utili a decifrare fino in fondo la composizione delle candidature.
Ma proprio questa circostanza non attenua, bensì genera comunque una responsabilità politica. Perché chi si propone come garante della legalità assume l’onere di verificare, approfondire, pretendere trasparenza assoluta. Una fiducia mal riposta, una verifica incompleta, una leggerezza nella valutazione delle informazioni possono produrre conseguenze gravissime per un’intera comunità. Ed è su questo terreno che la politica è chiamata a rispondere, senza alibi e senza scorciatoie.

