Niscemi, cosa è accaduto davvero?
Dal punto di vista geologico, quanto accaduto a Niscemi rientra in uno scenario tutt’altro che improvviso o anomalo. L’evento può essere classificato come frana a scorrimento, una tipologia tipica dei contesti collinari della Sicilia centro-meridionale e in particolare dell’area nissena.
La base del problema è la struttura stratigrafica del sottosuolo di Niscemi. Il territorio è caratterizzato da una sovrapposizione di livelli litologici con comportamenti meccanici molto diversi tra loro. In superficie e nei livelli intermedi sono presenti materiali più rigidi e coerenti, mentre al di sotto si trovano strati argillosi plastici, altamente sensibili all’acqua. Questa configurazione crea un piano di scivolamento naturale: quando l’acqua si infiltra, l’argilla perde rapidamente resistenza e si comporta come un lubrificante tra gli strati superiori e quelli inferiori.
Un elemento chiave è l’orientamento dei piani di stratificazione. A Niscemi questi piani risultano inclinati nella stessa direzione del versante e con un’inclinazione uguale o inferiore a quella del pendio. Questo significa che la gravità lavora costantemente contro la stabilità del terreno. Non serve un evento estremo: basta una saturazione progressiva del suolo per innescare il movimento.
Le piogge persistenti delle settimane precedenti hanno avuto un ruolo determinante. L’acqua meteorica, infiltrandosi lentamente, ha aumentato la pressione interstiziale all’interno degli strati argillosi. Quando la pressione dell’acqua supera la resistenza al taglio del materiale, il versante inizia a scivolare. Non c’è un crollo immediato, ma una deformazione progressiva che si manifesta con crepe, cedimenti dell’asfalto, disallineamenti di edifici e infrastrutture.
A peggiorare il quadro contribuisce l’azione erosiva al piede del versante. La presenza del torrente Benefizio e di canali di drenaggio naturali o artificiali favorisce l’asportazione di materiale alla base della frana. Questo indebolisce ulteriormente l’equilibrio statico del pendio, riducendo il sostegno inferiore e facilitando lo scorrimento della massa sovrastante.
Niscemi: frana a scorrimento
La frana osservata a Niscemi sembra aver mantenuto, almeno nelle fasi iniziali, una certa coerenza strutturale. Questo è tipico delle frane a scorrimento: la massa può muoversi come un unico corpo, oppure frammentarsi progressivamente in blocchi man mano che lo scivolamento avanza. È uno scenario particolarmente insidioso perché il movimento può accelerare improvvisamente dopo una fase apparentemente stabile.
Un altro aspetto rilevante è la riattivazione di un dissesto preesistente. L’area interessata era già nota per eventi franosi avvenuti in passato, incluso quello di quasi trent’anni fa. In geologia, una frana che si è già verificata rappresenta una debolezza permanente del territorio. Anche dopo decenni, le superfici di scorrimento restano attive nel sottosuolo e possono riattivarsi in presenza delle stesse condizioni: piogge prolungate, aumento dei carichi in superficie, alterazione del drenaggio naturale.
Infine, va considerato il fattore antropico. Urbanizzazione, infrastrutture stradali e modifiche al reticolo idrografico possono aver alterato l’equilibrio naturale del versante. Il peso aggiuntivo in sommità e la canalizzazione delle acque piovane contribuiscono ad aumentare le sollecitazioni su un sistema già fragile.
Dal punto di vista geologico Niscemi non è vittima di un evento eccezionale, ma di un meccanismo noto e prevedibile: un versante strutturalmente predisposto allo scorrimento, riattivato da piogge persistenti, infiltrazioni d’acqua e da una fragilità storica mai completamente risolta. È proprio questa combinazione di fattori a rendere il fenomeno potenzialmente evolutivo e da monitorare con estrema attenzione nei prossimi giorni.

