Board of Peace, l’atto politico che ridisegna la diplomazia globale

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Board of Peace, l’atto politico che ridisegna la diplomazia globale

Board of Peace, l’atto politico che ridisegna la diplomazia globale

C’è un momento preciso in cui un’idea smette di essere una dichiarazione e diventa potere. Quel momento, per il Board of Peace, è arrivato a Davos. Non in un’aula delle Nazioni Unite, non tra risoluzioni rimaste lettera morta, ma a margine del World Economic Forum, nel luogo dove economia e geopolitica si osservano senza filtri. Con una firma collettiva, il Board of Peace è diventato un organismo riconosciuto, operativo, ambizioso. E soprattutto alternativo.

Donald Trump lo presenta come una necessità storica. Non un doppione, non un tavolo di discussione, ma una struttura con un mandato preciso: supervisionare il cessate il fuoco a Gaza e intervenire dove i conflitti si sono cronicizzati. È un cambio di paradigma che non chiede permesso.

Board of Peace, perché nasce fuori dall’Onu

Il Board of Peace nasce da una frattura evidente. Secondo Trump, l’Onu ha un potenziale enorme ma non riesce a trasformarlo in risultati. Lo ha detto senza giri di parole davanti ai leader presenti: nelle otto guerre che dice di aver contribuito a chiudere, non ha mai parlato con l’Onu. Ci hanno provato anche loro, ma non abbastanza.

È qui che il Board of Peace trova la sua legittimazione. Non come sfida ideologica alle Nazioni Unite, ma come risposta pragmatica a un sistema percepito come lento, ingessato, spesso paralizzato dai veti incrociati. Il nuovo organismo si propone come una cabina di regia snella, capace di muoversi rapidamente, di parlare con tutti e di decidere.

Non è un dettaglio che la firma arrivi a Davos. È un messaggio. La pace, oggi, non è più solo una questione umanitaria. È stabilità economica, sicurezza energetica, flussi commerciali, equilibri regionali.

Board of Peace e la scelta dei Paesi firmatari

La lista dei Paesi che hanno aderito al Board of Peace racconta più di qualsiasi dichiarazione ufficiale. Non è un’alleanza tradizionale. È un mosaico geopolitico. Alla cerimonia erano presenti leader che raramente siedono allo stesso tavolo con un’agenda comune.

C’erano Javier Milei per l’Argentina, Viktor Orban per l’Ungheria, Nikol Pashinyan per l’Armenia, Ilham Aliyev per l’Azerbaigian. C’erano Paesi europei, mediorientali, asiatici, latinoamericani. Dalla Giordania al Qatar, dall’Arabia Saudita alla Turchia, dal Marocco agli Emirati Arabi Uniti, fino al Kosovo, al Pakistan, al Paraguay, all’Uzbekistan e alla Mongolia.

È una geografia del mondo che sfugge alle categorie classiche. Non blocchi contrapposti, ma interessi convergenti su un punto: la gestione dei conflitti non può più restare ostaggio delle procedure.

Board of Peace e Gaza, il banco di prova immediato

Il primo dossier sul tavolo del Board of Peace è Gaza. Trump lo dice chiaramente: la guerra sta andando verso la conclusione. Restano focolai, schermaglie, sacche di resistenza. Ma la direzione è segnata. E il Board nasce esattamente per accompagnare questa fase delicata, quella in cui il cessate il fuoco rischia di essere solo una pausa armata.

Il messaggio è diretto. Se Hamas depone le armi, la guerra finisce. È una frase che pesa, perché lega la fine del conflitto a una condizione politica e militare netta. Il Board of Peace si posiziona come garante di questo passaggio, come supervisore di un equilibrio fragile.

In questo contesto arriva un annuncio che cambia la percezione del momento. In videomessaggio, Ali Shaath comunica che il valico di Rafah riaprirà la prossima settimana. È chiuso dal maggio del 2024, da quando Israele ha preso il controllo del sud della Striscia. La riapertura non è solo logistica. È simbolica. Segna una nuova direzione, dice Shaath. Ed è difficile non collegarla alla nascita del Board of Peace.

Board of Peace come strumento di pressione e garanzia

Il Board of Peace non nasce come forza armata. Nasce come leva politica. La sua forza non è militare, ma diplomatica e finanziaria. E qui entra in gioco un elemento che fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile.

Vladimir Putin annuncia da Mosca che discuterà con gli inviati americani della possibilità di contribuire al Board of Peace utilizzando fondi provenienti dai beni russi congelati. Parla di un miliardo di dollari, destinati alla ricostruzione di Gaza e al sostegno del popolo palestinese.

È una mossa che sposta il baricentro del dibattito. Non solo perché coinvolge la Russia, ma perché introduce l’idea che risorse congelate, simbolo di sanzioni e conflitti, possano essere riconvertite in strumenti di pace. È un passaggio che rompe schemi consolidati.

Board of Peace e il dialogo con l’Iran

Un altro fronte si apre con Teheran. Trump afferma che la capacità nucleare iraniana è stata annientata. E aggiunge che ora l’Iran vuole il dialogo. E che ci parleranno.

Nel lessico trumpiano, dialogo non significa concessione gratuita. Significa negoziazione da una posizione di forza. Il Board of Peace si inserisce anche qui, come piattaforma possibile per canalizzare trattative che finora si sono mosse tra sanzioni, minacce e diplomazia indiretta.

È un passaggio che interessa non solo il Medio Oriente, ma l’intero equilibrio globale. Perché se il Board of Peace diventa il luogo dove anche i dossier più sensibili trovano una gestione alternativa, il suo ruolo smette di essere simbolico.

Un organismo che divide e attrae

Trump lo definisce uno degli organismi internazionali più importanti mai costituiti. Dice di prenderlo molto sul serio. Dice che quasi tutti i Paesi vogliono farne parte. Dietro queste parole c’è una strategia chiara: creare un centro di gravità diverso, capace di attrarre consensi proprio perché promette risultati.

Il Board of Peace non nasce per piacere a tutti. Nasce per funzionare. E questo lo rende inevitabilmente divisivo. C’è chi lo vede come un colpo all’architettura multilaterale esistente. C’è chi lo considera l’unica risposta possibile a un mondo in cui i conflitti non aspettano le risoluzioni.

Board of Peace e il finale che nessuno si aspettava

Il paradosso è che il Board of Peace nasce mentre il mondo sembra più frammentato che mai. Guerre regionali, tensioni latenti, rivalità strategiche. Eppure, proprio in questo scenario, Paesi che si sono guardati con sospetto per anni firmano lo stesso documento.

Il finale sorprendente non è la firma in sé. È il fatto che, per la prima volta dopo molto tempo, la parola pace non viene usata come slogan, ma come progetto operativo. Con fondi, nomi, date, responsabilità.

Il Board of Peace ora esiste. E il suo successo o fallimento non sarà teorico. Sarà misurabile. Gaza, Rafah, la ricostruzione, il dialogo con l’Iran, i contributi russi. Tutto è già sul tavolo.

La domanda non è se funzionerà. La domanda è se il mondo era pronto a qualcosa di diverso. E se, questa volta, la pace smetterà di essere un’idea irraggiungibile per diventare una scelta concreta.