Primo appuntamento del 2026 con Scenari pagani 28. Si torna al teatro Auditorium Sant’Alfonso di Pagani, giovedì 29 gennaio, alle 20:45. Lo spettacolo è una produzione di La Corte Ospitale, Attodue, Armunia, Castiglioncello con il sostegno de La Casa delle Storie e Corsia Off. Progetto luci e scena di Matteo Gozzi; disegni di Massimo Pastore. La messa in scena sarà preceduta dall’AperiSpettacolo, alle 20.30, a cura di Ritratti di territorio. Partner d’eccellenza, come sempre Pepe Mastro Dolciere e Famiglia Pagano 1968.
Di Marco Visconti
Oscar De Summa, attore, sceneggiatore e regista, porta in scena la sua opera teatrale «La sorella di Gesù Cristo». Si sente il sapore del mito mescolato alla tradizione meridionale, profondamente spirituale e magica, dove la donna, in questo caso Maria, cerca il suo riscatto anche attraverso il giudizio del pubblico, della platea. A tal proposito, De Summa parla ai nostri microfoni.

Maria ha qualcosa di Antigone o di Medea della tragedia greca?
«Il riferimento è ispirato alle strutture dei miti del libro L’eroe dai mille volti di Joseph Campbell, che individua una struttura e un andamento simili tra i miti. In questo caso tengo in considerazione le scritture più antiche, compresa la tragedia greca. Alla base della mia scrittura c’è sempre una forma epica, ci sono grandi eventi».
Dalla tradizione greca ci uniamo con quella cristiana. Da dove nasce Maria?
«Lei non ha un’identità propria: come accadeva nel Sud Italia, le donne erano “la sorella di”, se sposate “la moglie di”. Maria fa parte dello spettacolo come “la seconda di” e finisce con un atto di consapevolezza: si chiama Maria e sceglie ciò che vuole fare nella sua vita».
Il paese che guarda è più colpevole dell’aggressore?
«Dal punto di vista strutturale, diciamo che lo è nel momento in cui lascia Maria da sola a raccontare questa vicenda, come se fosse una questione personale. Questo è il passaggio che metto in campo: lei va con il desiderio di vendetta, ma poi arriva lì con una consapevolezza diversa. Durante la camminata obbliga tutti a prendere una posizione chiara: chi è a favore o contro deve dirlo finalmente».

Il western e il cinema: perché questo collegamento?
«Sappiamo che nei modi di rapportarsi tra i cittadini del Sud Italia ci sono contatti attraverso lo sguardo, i sottintesi, una particolare considerazione del linguaggio: tutto questo richiama molto il clima del western. Avere dei contrappunti molto forti».
C’è una domanda che vorrebbe restasse aperta una volta usciti dal teatro?
«Non do una soluzione, ma nella parte finale dello spettacolo cambio posizione: divento l’aggressore. Colloco la pistola che Maria ha in mano durante il percorso nella mano dello spettatore. Poi sarà lo spettatore a decidere se rispondere alla violenza con la violenza oppure scegliere di non sparare».
Mi ha portato alla mostra d’arte in cui la protagonista è Abramović, dove il pubblico viene sollecitato a rispondere su come comportarsi nei confronti del soggetto: con violenza o con affetto. Lei è mai stato a Pagani?
«Sì, sono stato a Pagani in un altro teatro. Allora presentai il secondo capitolo della trilogia. Il terzo capitolo della trilogia è dedicato al Sud e si chiama La Trilogia della Provincia. Secondo me, in Italia c’è una cultura della provincia. Forse l’unica città vera è Milano».
Cosa le ha dato questo Sud Italia?
«Tantissimo. Racconto il Sud Italia prendendolo come modello, ma i movimenti interni che raccolgo sono di tutta l’Italia. La trilogia è collocata negli anni ’80, un periodo in cui la nostra società cambiava in modo definitivo: dalla cultura patriarcale di stampo agricolo a una società più industrializzata, quello che Bauman definisce società liquida».
Il suo modo di operare mi porta a Ernesto De Martino nel suo testo Sud e magia.
«Sì, lo sfondo di riferimento è quello. Lo studio di De Martino, ma non solo: anche altri antropologi che hanno operato in Sardegna. Nello spettacolo c’è l’amante dell’aggressore che cerca di convincere Maria; il suo urlare, il suo esprimere il dolore, è un atto di presenza, De Martino dice che viene codificato perché non ci si perda dentro il dolore, perché non si perda la propria identità».
A quanto risale lo spettacolo?
«Lo spettacolo ha già dieci anni ed è stato tradotto in francese. Ci sono quattro versioni che circolano in Europa. La settimana scorsa sono stato a Lione per vedere una nuova versione di questo spettacolo».
Ci sarà in prospettiva una nuova opera teatrale?
«Ho già scritto L’ultima eredità, in cui racconto l’incontro con la morte di mio padre, a cui ho potuto assistere. Anche qui c’è come sfondo il mondo magico di De Martino. Poi l’ultimo debutto dell’anno scorso si chiama Rette parallele, che parla di amore e morte e mette insieme una storia d’amore mancata nel Sud degli anni ’80 e la fisica quantistica».
Perché mette questo taglio antropologico nelle sue opere teatrali?
«Mi piace studiare queste forze che ci abitano a nostra insaputa. Le cose le facciamo, le diciamo, solo perché siamo attraversati da una cultura fisica che deriva dalla notte dei tempi. Cerco di individuare queste forze e di portarle sul palco».

Lo spettacolo
Maria, soprannominata la sorella di Gesù Cristo, impugna una Smith & Wesson, una pistola 9 millimetri da film western americano, e attraversa tutto il paese, per andare a sparare al ragazzo che la sera prima, il venerdì santo della passione, l’ha costretta a subire una violenza sotto lo sguardo, il giudizio, il rumore dell’intero paese. La camminata che Maria, percorsa in direzione ostinata e contraria, sul terreno scivoloso della Vendetta, è la stessa dello spettatore che durante la narrazione, cresce con lei, sente il dolore, la ferita aperta, personale e collettiva in una catarsi lacerante. Lo spettatore ride, piange, si commuove, anch’esso violato, rabbioso, senza pace. Un racconto che colpisce al cuore, fa danzare le emozioni dal comico al poetico, dal dramma al fumetto e non ci permette di distogliere gli occhi un momento che restano fissi su quella figura nera che con le sue parole costruisce tutto il paese popolato di archetipi di tutta l’umanità: quella donna, che è tutte le donne, quell’uomo, che è tutti gli uomini, e quel paese, che contiene dolore amore, delicatezza, follia, vendetta, tradimento, violenza, perdono.
La camminata decisa della ragazza con la pistola, la seguiamo in un piano sequenza, come fossimo al cinema. Quell’incedere diventa un corteo di orgoglio e di consapevolezza, ad ogni passo, anche noi pubblico siamo in strada, costretti a prendere parte, ad avere una posizione. Perché non possiamo restare neutri, e sentiamo gli odori, e vediamo i colori, le espressioni di ogni singolo personaggio che si aggiunge alla processione di Maria.
I premi
La sorella di Gesù Cristo ha ricevuto: Premio anct Hystrio 2016; Premio Rete Critica 2016; Premio Mariangela Melato 2017; finalista Premio Solinas 2018 come miglior soggetto cinematografico; Premio Aida come miglior traduzione in Francia fatta da Federica Martucci; nomination per miglior spettacolo, miglior interpretazione e miglior scenografia ai Maeterlink Critics Awawds 2023 del Belgio nella versione di George Lini.

