Pioggia di soldi pubblici per la serie su Fabrizio Corona “Io sono notizia”

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“Io sono notizia”: il documentario Netflix su Fabrizio Corona costa 793.629 euro di tax credit pubblico – polemiche, critiche e dibattito sull’uso dei fondi statali

Il documentario in cinque episodi “Io sono notizia”, prodotto da Bloom Media House e distribuito su Netflix, ha ricevuto 793.629 euro di tax credit produzione erogati dal Ministero della Cultura. Si tratta di fondi pubblici destinati a sostenere l’industria audiovisiva italiana, ma il caso ha scatenato un acceso dibattito: è giusto finanziare con denaro dei contribuenti una docuserie incentrata su Fabrizio Corona, figura controversa con un passato giudiziario pesante (condanne per bancarotta fraudolenta, frode fiscale, corruzione, estorsione e detenzione di banconote false)?

Quanto è costato davvero “Io sono notizia”?

Il budget complessivo della produzione si avvicina ai 2,5 milioni di euro. Di questi, quasi 800.000 euro arrivano direttamente dalle casse pubbliche grazie al credito d’imposta per le opere audiovisive, uno strumento che negli ultimi anni ha sostenuto centinaia di film, serie e documentari italiani.

La regia è affidata a Massimo Cappello, mentre la casa di produzione Bloom Media House srl è guidata da Marco Chiappa, Alessandro Casati e Francesca Cimolai. Nel documentario compaiono diversi personaggi legati alla vita di Corona: Lele Mora, Platinette, Nina Moric, un avvocato civilista e la madre Gabriella Privitera.

La critica al vetriolo di Aldo Grasso

Il decano dei critici televisivi Aldo Grasso, sulle pagine del Corriere della Sera, non ha usato mezzi termini:

«Con che coraggio lo mandano in onda? Si tratta di un lungo, brutto spot che cerca di trasformare un pregiudicato in uno spregiudicato, un mitomane in un eroe del nostro tempo. Ma i due autori non sono Maupassant, sembrano solo dei dilettanti maldestri che si fanno dettare il copione da Corona, e il loro tentativo di regalarci un nuovo “Bel Ami” scade nel ridicolo».

Secondo Grasso, il documentario appare come un’operazione di autocelebrazione più che come un prodotto giornalistico o narrativo equilibrato.

L’aneddoto su Maurizio Costanzo: quando Corona era intoccabile in tv

Grasso ricorda un episodio emblematico degli anni d’oro di Corona, avvenuto durante una puntata del Maurizio Costanzo Show. Quando il giornalista Roberto D’Agostino affermò che i reati commessi da Corona non lo rendevano un esempio per nessuno, Costanzo reagì in modo durissimo:

«Non stiamo a sputtanare la gente, non sei un magistrato, anzi i magistrati l’hanno fatto uscire e quindi stai zitto oppure vattene, faccio la puntata anche con due persone… chiudetegli il microfono. Io sto dalla parte di Corona, se ti sta bene ok, altrimenti te ne vai».

Un siparietto che, a distanza di anni, sembra sintetizzare il rapporto ambiguo tra media mainstream e figura di Corona.

Tax credit: strumento per il cinema o finanziamento di controversie?

Il tax credit produzione è nato per rilanciare l’audiovisivo italiano, attirare investimenti e competere con le produzioni internazionali. Negli ultimi anni ha finanziato opere di grande qualità, ma anche progetti percepiti come divisivi o di scarso valore culturale.

Il caso di “Io sono notizia” pone una domanda scomoda: quali sono i criteri etici e qualitativi per accedere a fondi pubblici? Quando il protagonista ha un passato giudiziario così rilevante e la narrazione appare sbilanciata, è legittimo che lo Stato contribuisca con quasi 800.000 euro?

Al momento né Netflix né il Ministero della Cultura hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali sulla singola erogazione. Il dibattito, però, è destinato a continuare, soprattutto in un Paese in cui le risorse pubbliche sono sempre più sotto scrutinio. E dopo la vicenda Signorini il caso è alla ribalta delle cronache.