Galimberti contro lo smartphone

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Il filosofo Umberto Galimberti torna a interrogare il presente e lancia un nuovo allarme sull’impatto del cellulare sulle giovani generazioni. In un intervento pubblico, il pensatore ha analizzato come lo smartphone non sia più soltanto uno strumento tecnologico, ma un elemento che incide in profondità sulla psicologia, sulla socializzazione e sulle capacità cognitive fin dall’infanzia.

Secondo Galimberti, i bambini ricevono il primo cellulare già a quattro o cinque anni. In questo contesto, un genitore che decide di non consegnare lo smartphone al figlio non lo priva di un oggetto tecnico, ma lo esclude di fatto dai processi di socializzazione. La tecnologia, spiega il filosofo, ha smesso di essere neutra ed è diventata sociologia e psicologia, modellando comportamenti e relazioni.

Il cellulare, però, genera dipendenza e una forma di regressione emotiva. Galimberti descrive l’ansia dell’attesa di un messaggio che non arriva subito, un’esperienza che diventa insopportabile e che riporta l’individuo a uno stadio infantile. È la stessa reazione del bambino che piange quando la madre esce dalla stanza. La connessione continua annulla la capacità di gestire l’assenza e la distanza.

Un altro aspetto critico riguarda il controllo. Le app che permettono di monitorare spostamenti e conversazioni trasformano le relazioni affettive in un terreno di sorveglianza permanente. Ogni persona diventa un detective privato, alimentando sospetto e paranoia al posto della fiducia. Galimberti ricorda come in passato si fosse capaci di vivere la distanza senza ansia, quando il telefono era uno solo per tutta la famiglia.

Il filosofo punta poi l’attenzione sul degrado cognitivo. I giovani, immersi in una realtà ipervisiva, sperimentano forme di derealizzazione. Possono esplorare luoghi remoti e scenari estremi senza alcuna esperienza diretta. Questo processo, secondo Galimberti, riduce la conoscenza a ciò che si vede e si sente, impoverendo il pensiero astratto. La lettura è in forte declino e con essa la capacità di decodificare i segni grafici e trasformarli in immagini mentali. Il passaggio dalla parola scritta all’immagine immediata produce, a suo avviso, un rapido e inesorabile indebolimento delle funzioni cerebrali.

La scuola si trova così a gestire studenti sempre più in difficoltà davanti a testi complessi e ragionamenti articolati. Galimberti collega questa fragilità cognitiva a un uso massiccio delle immagini che elimina l’esercizio mentale richiesto dalla lettura.

Nel suo intervento, il filosofo affronta anche il rapporto dei giovani con il lavoro. La nuova generazione è cresciuta con il tempo libero come valore centrale ed è stata gratificata fin dall’infanzia. Questo ha prodotto un rifiuto del sacrificio tipico delle generazioni precedenti. Molti giovani accettano lavori che lasciano liberi i weekend, privilegiando la vita sociale e il divertimento. Una scelta possibile perché spesso sostenuta economicamente dalle famiglie.

Galimberti evidenzia una contraddizione profonda: da un lato i giovani rifiutano una vita interamente dedicata al lavoro, dall’altro non raggiungono l’autonomia economica. Le conseguenze si vedono nel mercato del lavoro, con ristoranti che faticano a trovare personale nei fine settimana e aziende familiari che non riescono a garantire il passaggio generazionale.

La riflessione si chiude con una provocazione forte. Secondo Galimberti, gli immigrati sarebbero oggi biologicamente e psicologicamente più forti dei giovani italiani. Il filosofo invita gli imprenditori a investire nella formazione degli stranieri, insegnando lingua e mestieri. Il paragone storico è netto: come nell’impero romano, una società che perde il senso del lavoro e del sacrificio rischia di essere sostituita da chi è disposto a reggerne il peso.