Covid, vedova costretta a restituire il risarcimento: «Sentenza che punisce»

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Covid, la vedova condannata a restituire 200mila euro: “Posso ridare il risarcimento, ma le spese legali sono una punizione”

La morte di un marito durante la prima ondata di Covid, due figli da crescere e una battaglia giudiziaria che, invece di chiudersi, si riapre con un peso ancora più grave. È la storia di Lorena, 47 anni, residente a Lodi e impiegata a Milano, che oggi si trova a dover restituire 200mila euro di risarcimento all’assicurazione e a pagare circa 24mila euro di spese legali dopo la sentenza della Corte d’Appello di Bologna.

Una decisione che ha ribaltato completamente il verdetto di primo grado del Tribunale di Parma, che nel 2023 aveva riconosciuto l’indennizzo per la morte del marito Dimitri, deceduto il 27 marzo 2020 a causa del Covid.

Il ribaltamento della sentenza e il nodo giuridico

Secondo i giudici d’appello, il contagio da Covid non può essere considerato un infortunio, così come previsto dalla polizza assicurativa sottoscritta anni prima. L’infezione virale, pur avendo effetti devastanti e improvvisi, non deriverebbe da una causa violenta in senso tecnico. Una lettura giuridica che ha portato all’esclusione del Covid dal perimetro dei rischi indennizzabili.

Una distinzione sottile, ma decisiva. La polizza era una normale assicurazione sulla vita legata agli infortuni e, prima del 2020, nessun contratto contemplava esplicitamente una pandemia globale. Proprio su questo vuoto normativo si è giocata la partita processuale.

La beffa delle spese legali

Se la restituzione del risarcimento rappresenta già un colpo durissimo, ciò che Lorena fatica ad accettare è la condanna alle spese legali. Ventiquattromila euro che pesano come un macigno su una famiglia che vive di stipendi e che non ha mai smesso di fare i conti con il trauma della perdita.

Lei stessa spiega che il risarcimento, per quanto ritenuto ingiusto, può essere restituito. Ma le spese legali appaiono come una sanzione aggiuntiva, una sorta di castigo che arriva dopo anni di attesa, dolore e incertezza. Una sentenza che, più che chiudere una vicenda, riapre ferite mai rimarginate.

Una famiglia segnata dalla pandemia

Dimitri aveva 51 anni quando è morto. Lavorava in una concessionaria d’auto. In pochi giorni la situazione è precipitata: febbre, tosse, poi le difficoltà respiratorie, il ricovero a Lodi e infine il decesso. Un tempo rapidissimo, che non ha lasciato spazio né alla comprensione né all’elaborazione.

I figli avevano 11 e 16 anni. Il più piccolo ha somatizzato il dolore, arrivando a manifestare una febbre persistente di origine psicosomatica. Il maggiore ha dovuto crescere in fretta, assumendo un ruolo di protezione verso la madre e il fratello. Oggi uno studia ancora, l’altro sta per affacciarsi al mondo del lavoro dopo uno stage. Una normalità conquistata con fatica.

Perché la causa contro l’assicurazione

La decisione di avviare l’azione legale nasce dal legame con Parma, città d’origine di Dimitri e sede dell’agenzia assicurativa. Una scelta naturale, sostenuta anche dalla presenza della famiglia del marito, che non ha mai fatto mancare supporto e vicinanza.

La sentenza di primo grado aveva rappresentato una boccata d’ossigeno, non solo economica ma anche emotiva. Il riconoscimento di un diritto, la sensazione che quanto accaduto non fosse stato vano. Il ribaltamento in appello ha cancellato tutto, lasciando spazio a un senso di smarrimento ancora più profondo.

Il possibile ricorso in Cassazione

Ora Lorena e la sua avvocata stanno valutando un ricorso in Cassazione, almeno per quanto riguarda le spese legali. Non per riaprire una battaglia ideologica, ma per tentare di alleggerire un peso economico che rischia di compromettere la stabilità della famiglia.

La vicenda mette in luce una questione più ampia, che riguarda migliaia di famiglie colpite dalla pandemia e rimaste intrappolate tra vuoti normativi, interpretazioni restrittive e percorsi giudiziari lunghissimi. Storie che raramente trovano una risposta definitiva e che spesso si concludono con un senso di ingiustizia difficile da metabolizzare.

Una ferita che resta aperta

Il tempo attenua il dolore, ma non cancella le cicatrici. La pandemia, per molte famiglie, non è un capitolo chiuso. È una presenza costante, che riaffiora ogni volta che una sentenza, una lettera o una richiesta di pagamento riporta tutto indietro.

Lorena guarda avanti per i suoi figli. È l’unica priorità. Tutto il resto viene dopo. Ma il percorso per mettere davvero un punto a questa storia è ancora lungo, e passa da aule di tribunale che, a distanza di anni, continuano a decidere sul destino di chi ha già pagato il prezzo più alto.