“Ambro era uno di noi”: gli amici musicisti di Alessandro Ambrosio il capotreno ucciso. Lo chiamavano semplicemente “Ambro”. Gli amici del Centro Culturale Anzolese, a due passi da casa, lo ricordano così: con una chitarra tra le mani, il sorriso gentile e quella disponibilità che non veniva mai meno. Alessandro Ambrosio, il capotreno di 34 anni ucciso con una coltellata all’addome la sera del 5 gennaio nei pressi del parcheggio del piazzale Ovest della Stazione di Bologna Centrale, era prima di tutto questo: un ragazzo amato, stimato, profondamente legato alla sua comunità. Per l’omicidio è sospettato Jelenic Marin.
Sulla pagina Facebook dell’associazione culturale di Anzola dell’Emilia il ricordo è dolce, intimo, carico di incredulità e dolore. Un messaggio che racconta molto più di un curriculum o di una qualifica professionale: racconta l’uomo.
La musica come linguaggio di vita
Alessandro Ambrosio era laureato in statistica e lavorava come capotreno di Trenitalia, impiegato sui treni Intercity a medio-lunga percorrenza. Viveva ad Anzola dell’Emilia, ma una parte fondamentale della sua vita era la musica.
La foto del suo profilo Facebook lo ritrae in bianco e nero, sul palco, mentre imbraccia una chitarra elettrica. Un’immagine che oggi assume un valore ancora più simbolico: Alessandro non suonava solo per passione, ma per stare insieme, per condividere, per esserci.
“Una vita vissuta con gentilezza e ironia”
«È completamente irrazionale pensare che una vita possa spegnersi così», scrivono gli amici del Centro Culturale Anzolese. «Una vita di un ragazzo, di un uomo vissuta con estrema gentilezza, con un’educazione fuori dal comune, ma soprattutto con goliardia e ironia».
Parole che restituiscono il ritratto di un giovane capace di lasciare un segno profondo senza mai alzare la voce. Un punto di riferimento silenzioso, sempre pronto a dare il proprio contributo.
Sempre presente, fino all’ultimo
Alessandro “Ambro” Ambrosio era una presenza costante:
«Era con noi al concerto del Primo Maggio, era con noi il maggio dell’anno precedente al concertone di chiusura della Fabbrica di Apollo, era con noi in sala prove, è stato con noi ogni qualvolta gli è stato chiesto il proprio contributo».
Un elenco semplice, ma potente, che racconta un’appartenenza autentica. Non un ospite occasionale, ma parte integrante di un percorso condiviso.
“Ambro era uno di noi”
Il messaggio si chiude con parole che pesano come un addio e come una promessa di memoria:
«Ambro era uno di noi. Ambro era un gran chitarrista. Ambro era tante altre cose. Ripetiamo ancora: non può spegnersi una vita in questo modo. Sentite condoglianze alla famiglia, un abbraccio forte da parte di tutto il Centro Culturale Anzolese».
Un ricordo che va oltre la tragedia, oltre la cronaca nera. Perché Alessandro Ambrosio non è solo il capotreno ucciso a Bologna, ma un ragazzo, un musicista, un amico. E per chi lo ha conosciuto, continuerà a esserlo.

