Capodanno, colpo nella notte: bambino ferito

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Capodanno, colpo nella notte: bambino ferito

Capodanno dovrebbe segnare un confine netto tra ciò che è stato e ciò che verrà. Un passaggio simbolico, collettivo, spesso rumoroso. Ma a volte quel rumore non è festa. È altro. È un colpo secco che attraversa l’aria e cambia il senso di una notte. Ad Aversa, nel Casertano, un bambino di nove anni è rimasto lievemente ferito alla mano destra, colpito di striscio da un proiettile vagante mentre la città salutava l’arrivo del nuovo anno. È l’unico episodio di rilievo registrato nella provincia, ma basta da solo a raccontare tutto quello che non funziona quando il Capodanno smette di essere celebrazione e diventa rischio.

Capodanno, una ferita che interrompe la festa

La notte di Capodanno nel Casertano, secondo le prime informazioni raccolte dal Comando Provinciale dei Carabinieri, è trascorsa senza particolari criticità. Nessuna lunga scia di feriti, nessuna escalation di incidenti. Eppure, c’è un episodio che pesa più degli altri. Un bambino colpito da un proiettile vagante mentre era in strada, o forse affacciato, o semplicemente nel posto sbagliato al momento sbagliato. La dinamica è ancora in fase di accertamento, ma il dato centrale resta immutabile: un’ogiva esplosa è stata rinvenuta nelle vicinanze, segno inequivocabile dell’uso di un’arma da fuoco.

Il minore è stato soccorso e trasportato all’ospedale Moscati, dove è stato medicato e successivamente dimesso. Le sue condizioni non destano preoccupazione. Ma il Capodanno, per lui e per la sua famiglia, ha già assunto un altro significato.

Proiettili vaganti, una tradizione che non si spegne

Ogni anno, puntuale come un rito stanco, il tema dei proiettili vaganti torna a imporsi nel racconto del Capodanno. Non sempre con feriti. A volte solo con segnalazioni, ritrovamenti, colpi esplosi in aria che nessuno rivendica e che tutti fingono di non sentire. È una pratica illegale, pericolosa, eppure ancora presente in alcune aree del Paese. Il Capodanno diventa l’alibi perfetto. Il rumore dei botti copre tutto. Anche gli spari.

Ad Aversa, questa volta, il confine tra botti e armi da fuoco è stato superato. L’ogiva recuperata dai Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile parla chiaro. Qualcuno ha sparato. Non per errore tecnico, ma per scelta. E quel colpo, esploso verso il cielo o in modo incontrollato, ha trovato il corpo di un bambino lungo la sua traiettoria di ritorno.

Capodanno, la risposta delle forze dell’ordine sul territorio

L’intervento dei Carabinieri è stato immediato. I militari hanno avviato le indagini per ricostruire l’accaduto, raccogliendo elementi utili sul luogo del ferimento e ascoltando i primi testimoni. L’ogiva repertata è ora uno degli indizi principali per risalire all’arma utilizzata e, potenzialmente, a chi ha sparato.

Il Comando Provinciale ha sottolineato come, allo stato attuale, quello di Aversa sia l’unico episodio di cronaca rilevante legato ai festeggiamenti di Capodanno nel Casertano. Una precisazione che fotografa un territorio complessivamente sotto controllo, ma che non attenua la gravità dell’accaduto. Perché basta un solo colpo per trasformare una notte di festa in una storia che nessuno vorrebbe raccontare.

L’ innocenza incrocia la follia

Che a restare ferito sia stato un bambino rende la vicenda ancora più difficile da accettare. Nove anni. Un’età in cui il Capodanno è fatto di luci, colori, attesa. Un’età in cui il rumore dovrebbe essere solo quello dei fuochi in lontananza, non il sibilo di un proiettile che sfiora una mano.

Il fatto che la ferita sia stata lieve non può diventare una consolazione. È una variabile del caso, non una conseguenza della prudenza. Se la traiettoria fosse stata diversa, il bilancio sarebbe stato ben altro. Ed è proprio questo che rende i proiettili vaganti una delle espressioni più insensate e pericolose di certe abitudini radicate.

Capodanno nel Casertano, un bilancio che nasconde una crepa

Ufficialmente, il Capodanno nel Casertano si chiude con un solo episodio rilevante. Ma quella parola, solo, è ingannevole. Perché dietro un numero apparentemente contenuto si nasconde una crepa culturale che resiste nel tempo. Sparare in aria per festeggiare. Farlo pensando che il rumore coprirà tutto. Farlo senza considerare che ogni proiettile sparato deve tornare giù.

La vicenda di Aversa dimostra che non si tratta di allarmismi, ma di fatti. Ogni anno le forze dell’ordine sequestrano armi, munizioni, esplosivi. Ogni anno partono campagne di sensibilizzazione. E ogni anno, puntualmente, qualcuno decide che il Capodanno è l’occasione giusta per infrangere ogni regola.

Confine invisibile tra controllo e caos

Il controllo del territorio durante il Capodanno è sempre una sfida complessa. Pattuglie rafforzate, presidi, interventi rapidi. Ma non esiste un dispositivo di sicurezza capace di prevenire ogni gesto individuale. Soprattutto quando si tratta di azioni compiute all’interno di abitazioni o in contesti privati.

Il proiettile che ha ferito il bambino ad Aversa potrebbe essere stato esploso da un balcone, da un terrazzo, da un cortile. Luoghi dove il controllo diretto è impossibile. È qui che la sicurezza pubblica incontra il limite più difficile da superare: quello della responsabilità individuale.

Capodanno, la notte che amplifica tutto

Il Capodanno ha una caratteristica unica. Amplifica. Amplifica la gioia, la speranza, l’euforia. Ma amplifica anche l’irresponsabilità, l’arroganza, la convinzione che per una notte tutto sia permesso. È in questa amplificazione che nascono gli incidenti più assurdi.

Il bambino ferito ad Aversa non è vittima di una faida, né di un regolamento di conti. È vittima di una scelta insensata compiuta da qualcuno che ha confuso la festa con l’impunità. E questo rende la storia ancora più emblematica, perché non ha un movente se non quello dell’abitudine.

Capodanno e il giorno dopo, cosa resta davvero

Il giorno dopo Capodanno, le strade tornano silenziose. I botti cessano. I video finiscono sui social. Ma le conseguenze restano. Restano nei referti medici, nei verbali, nelle indagini aperte. E restano soprattutto nella memoria di chi, come quel bambino e la sua famiglia, ha visto la festa trasformarsi in paura.

Il fatto che il minore sia stato dimesso dall’ospedale non chiude la storia. La chiude solo dal punto di vista clinico. Dal punto di vista collettivo, invece, la domanda resta aperta: quanto siamo disposti a tollerare che il Capodanno continui a essere una notte in cui tutto è concesso.