Fondi Hamas: dalle Onlus 7 milioni di euro

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Fondi Hamas: dalle Onlus 7 milioni di euro

Fondi Hamas: dalle Onlus 7 milioni di euro

C’è una linea sottile, quasi invisibile, che separa la solidarietà dal finanziamento del terrorismo. A Genova quella linea è stata attraversata per anni senza fare rumore. Fino a quando l’inchiesta sui fondi Hamas ha portato a nove arresti, a due latitanti e a una cifra che pesa come un macigno: oltre sette milioni di euro finiti, secondo gli inquirenti, nelle casse dell’organizzazione terroristica attraverso associazioni che si presentavano come benefiche.

Una rete che sembrava normale

Le associazioni avevano nomi rassicuranti. Parlavanodi aiuti umanitari, di sostegno alla popolazione palestinese, di emergenze civili. Sedi aperte, conti correnti attivi, iniziative pubbliche. Tutto appariva legittimo. Ma dietro quella facciata, secondo la Procura di Genova e la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, si muoveva un sistema strutturato per la raccolta e il trasferimento di fondi Hamas.

L’indagine ha ricostruito flussi di denaro costanti, organizzati, ripetuti nel tempo. Non episodi isolati, ma un meccanismo che avrebbe funzionato per anni, sfruttando la fiducia dei donatori e la difficoltà di tracciare ogni passaggio internazionale.

Fondi Hamas: nove arresti e due fuggitivi

Il bilancio giudiziario è pesante. Nove misure cautelari in carcere, sette già eseguite. Due indagati risultano latitanti. Le accuse parlano chiaro: associazione con finalità di terrorismo internazionale e finanziamento di Hamas.

Le misure scattano al termine di un lavoro investigativo lungo e complesso, partito dall’analisi di segnalazioni di operazioni finanziarie sospette. Da lì, il puzzle si è allargato. Scambi informativi con altri uffici giudiziari italiani, con le autorità dei Paesi Bassi e con altri Paesi dell’Unione europea. Un’indagine che ha superato i confini nazionali perché i fondi Hamas, per loro natura, non conoscono frontiere.

Il nome che riporta tutto al centro

Tra gli arrestati c’è Mohammad Hannoun. Sessantadue anni, architetto giordano-palestinese residente a Genova. È un nome che ritorna nei dossier investigativi da decenni. Presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia, Hannoun viene indicato come membro del comparto estero di Hamas e come vertice della cellula italiana dell’organizzazione.

Negli anni è stato legale rappresentante e amministratore di due associazioni benefiche finite sotto sequestro: La Cupola d’Oro e La Palma. Strutture che, secondo l’accusa, avrebbero raccolto fondi apparentemente destinati agli aiuti umanitari per poi dirottarli verso Hamas.

Un passato mai davvero chiuso

Hannoun non è una figura sconosciuta agli investigatori. Già negli anni Novanta diverse indagini avevano segnalato la presenza, presso il Centro islamico genovese, di una cellula di Hamas coordinata da lui. Nel 2003 il suo nome finisce nella black list del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, tra i finanziatori del terrorismo.

Nonostante questo, secondo quanto ricostruito, avrebbe continuato a mantenere un ruolo centrale nel Centro islamico e nelle attività di raccolta fondi. Congressi, incontri, eventi pubblici. Occasioni in cui, spiegano gli atti, venivano invitate personalità del mondo islamico che nei loro interventi esaltavano la strategia del terrore.

Il tentativo di fuga

Uno dei passaggi più significativi dell’inchiesta sui fondi Hamas riguarda le ultime ore prima dell’arresto. Dalle intercettazioni emerge che Hannoun stava per partire per la Turchia. Un viaggio imminente, seguito dal possibile ricongiungimento con i familiari.

Per gli inquirenti non si tratta di una coincidenza. La giudice Silvia Carpanini, nell’ordinanza che dispone la custodia cautelare in carcere, sottolinea il concreto pericolo di fuga e quello di reiterazione del reato. Le conversazioni intercettate mostrano la consapevolezza dell’indagine in corso e della gravità delle condotte contestate.

Non solo. Sarebbero stati documentati anche tentativi di ripulire computer e dispositivi elettronici, nel tentativo di cancellare tracce, ricevute, censimenti dei flussi economici illeciti.

Le parole che inchiodano

Nelle intercettazioni, il linguaggio usato dagli indagati non lascia spazio a interpretazioni ambigue. Si parla di Hamas apertamente, con toni di sostegno esplicito. In una conversazione captata dagli investigatori, Abu Deiah Khalil, detto Abu Safiya, risponde a chi gli chiede cosa pensi di Hamas dicendo che è disposto a far marciare i loro scarponi sulla propria testa, che li ama e li adora. Parole che, inserite nel contesto dei flussi di denaro ricostruiti, diventano parte integrante dell’accusa. Non slogan isolati, ma dichiarazioni coerenti con un sistema di finanziamento strutturato.

La linea tracciata dalla Procura

Nel presentare l’inchiesta, il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Giovanni Melillo e il procuratore di Genova Nicola Piacente hanno voluto chiarire un punto cruciale. I fatti ricostruiti non cancellano né ridimensionano i crimini commessi ai danni della popolazione palestinese dopo il 7 ottobre 2023. Ma, allo stesso tempo, quei crimini non possono giustificare né attenuare gli atti di terrorismo compiuti da Hamas contro la popolazione civile.

È una linea netta, che separa il piano umanitario da quello terroristico. Una distinzione che l’indagine sui fondi Hamas considera fondamentale per evitare ambiguità.

Il ruolo dell’Europa

L’inchiesta di Genova dimostra quanto il finanziamento del terrorismo sia un fenomeno transnazionale. I flussi non si fermano a un conto corrente italiano. Passano attraverso Paesi diversi, associazioni di facciata, reti informali che sfruttano la complessità dei controlli internazionali. Il coinvolgimento delle autorità dei Paesi Bassi e di altri Stati europei è un segnale chiaro. Il contrasto ai fondi Hamas non può essere affrontato da un singolo Paese. Richiede cooperazione, scambio di dati, lettura incrociata delle operazioni sospette.

La reazione internazionale

L’inchiesta viene accolta con favore anche dal governo israeliano. Il ministro della Diaspora Amichai Chikli la definisce un passo importante nella lotta contro il terrorismo di Hamas. Un riconoscimento politico che sottolinea il peso dell’operazione condotta in Italia. Ma al di là delle reazioni ufficiali, resta il dato giudiziario. Un sistema che avrebbe drenato milioni di euro, sottraendoli alla solidarietà autentica per trasformarli in carburante per la violenza.

Fondi Hamas: cosa resta dopo gli arresti

Ora il lavoro passa ai tribunali. Le misure cautelari segnano un punto fermo, ma non la fine della storia. Gli investigatori continuano a setacciare conti, documenti, dispositivi sequestrati. Ogni file può raccontare un passaggio in più. Ogni transazione può aprire un nuovo filone.

L’inchiesta sui fondi Hamas lascia anche una domanda aperta, che va oltre le responsabilità penali: quanto è facile, oggi, mascherare il finanziamento del terrorismo dietro cause apparentemente nobili? E quanto è difficile, per chi dona in buona fede, distinguere tra aiuto e complicità inconsapevole?

Un’indagine che cambia lo sguardo

Genova diventa così uno snodo simbolico. Non solo una città colpita da un’operazione giudiziaria, ma un luogo che costringe a guardare con più attenzione ciò che spesso viene dato per scontato. I fondi Hamas, in questa storia, non sono solo numeri o reati. Sono la dimostrazione di come il terrorismo possa alimentarsi anche lontano dai fronti di guerra, attraverso canali silenziosi, relazioni consolidate, parole che sembrano solidarietà e invece nascondono altro.

E quando il silenzio si rompe, come in questa inchiesta, ciò che emerge non è solo un sistema criminale. È la necessità di non smettere mai di distinguere. Anche quando farlo è scomodo. Anche quando costa.