Bruno Petrone, parla la mamma: “Come in Gomorra”

0
60
bruno petrone

Bruno Petrone, parla la mamma: “Come in Gomorra”. La voce è spezzata, ma le parole sono lucide e durissime. È il racconto di una madre che vede il sogno del figlio trasformarsi in incubo. Bruno Petrone, 18 anni, giovane promessa del calcio, è ricoverato in prognosi riservata dopo essere stato accoltellato a Napoli, nel quartiere Chiaia. A parlare è la madre, Dorotea, che al Corriere della Sera affida il dolore, la paura e le domande senza risposta.


“Mi ha stretto la mano e mi ha chiesto se potrà tornare a giocare”

«Sono entrata nella stanza di Bruno e sono riuscita a dargli un bacio. Lui mi ha stretto la mano facendomi intendere di stare tranquilla. Poi, con il labiale, senza parlare, mi ha chiesto: ‘Potrò tornare a giocare?’».

È questa la frase che più di ogni altra racconta chi è Bruno Petrone: un ragazzo che vive di calcio, anche dopo un intervento chirurgico delicatissimo. Il giovane è stato colpito con più fendenti all’addome, al torace e al fianco sinistro. Le sue condizioni restano serie, anche se i medici parlano di segnali di miglioramento, pur senza sciogliere la riserva sulla prognosi.


Chi è Bruno Petrone: talento, sacrificio e sogni

Bruno gioca nell’Angri Calcio, nel campionato di Eccellenza, girone B. È un numero 10, tifa Napoli, non fuma, non beve. «Non è una testa calda, è un salutista», racconta la madre. A soli 16 anni aveva già esordito in Serie C, dimostrando qualità e maturità fuori dal comune.

Dopo aver trascorso le festività a Formia dai nonni, Bruno era tornato a Napoli per allenarsi: «Perché vive di calcio», ripete la madre.


L’aggressione a Chiaia e l’ombra della spedizione punitiva

L’accoltellamento è avvenuto mentre Bruno si trovava con amici nella zona della movida. Gli aggressori, minorenni tra i 15 e i 17 anni, sarebbero stati in cinque. Uno di loro, un quindicenne, ha ammesso di averlo colpito due volte. Alla fine i fermati sono in 5, tutti minorenni, 4 fermati e un denunciato.

Dalle immagini di videosorveglianza, spiega la madre, «sembra che il gruppo abbia puntato subito Bruno». Un dettaglio che apre a scenari inquietanti: una spedizione punitiva o addirittura uno scambio di persona. Ipotesi ora al vaglio degli inquirenti.


“Non auguro il male, ma ai genitori chiedo coscienza”

Il dolore non diventa odio. Dorotea lo dice chiaramente:
«A quei ragazzi non posso augurare del male. Sono una madre e si tratta di ragazzi. Ma ai loro genitori chiedo di farsi un esame di coscienza».

Parole che colpiscono:
«Ogni mamma è capace di accorgersi se un figlio è a rischio per sé o per gli altri, se ha una parte cattiva. E dovrebbe porre rimedio».


“Sembra di vivere in un episodio di Gomorra”

La famiglia Petrone si era trasferita da Minturno a Napoli per sostenere il sogno di Bruno:
«Siamo venuti qui per lui. Ora penso che forse abbiamo sbagliato tutto».

Poi l’accusa più dura:
«Succede ovunque, ma qui ci sono troppe armi, troppa violenza. Gli episodi sono troppo frequenti. Sembra di vivere in un episodio di Gomorra ogni sera».

Una riflessione che va oltre il singolo caso:
«Una mamma spera sempre che certe cose non capitino a suo figlio. Ma poi accade quello che non deve accadere. Che un figlio torni a casa sano e salvo non può essere affidato alla fortuna».


Le condizioni di Bruno Petrone oggi

Bruno Petrone sta migliorando, ma non è ancora fuori pericolo. Il suo primo pensiero, però, non è stato il dolore, bensì il futuro: tornare a giocare a calcio.

Un dettaglio che racconta la forza di un ragazzo e rende questa vicenda non solo un fatto di cronaca, ma una ferita aperta per lo sport, per Napoli e per un’intera generazione.