Si è dimesso senza essere indagato, senza avvisi di garanzia, senza contestazioni formali. Una decisione che l’ex consigliere comunale di Castellammare di Stabia rivendica come atto politico volontario, non come ammissione di responsabilità. Nelle sue parole c’è la ricostruzione di una vicenda che, a suo dire, ha trasformato sospetti indiretti in una condanna pubblica, alimentando un clima di delegittimazione e doppi standard. Una presa di posizione dura, che chiama in causa il garantismo, l’uso politico della legalità e le scelte del sindaco e della maggioranza.
“Mi sono dimesso da consigliere comunale di Castellammare di Stabia pur non essendo destinatario di alcuna indagine, di alcun avviso di garanzia, di alcuna contestazione. L’ho fatto non per necessità, ma per scelta, assumendomi una responsabilità che altri hanno preferito evitare.
Negli atti non c’è il mio nome. Non c’è mai stato. Esiste soltanto una proroga di indagini, peraltro scaduta, riferita a miei familiari. E tanto è bastato. È bastato per costruire un processo politico sommario, alimentato da sospetti, insinuazioni e da un clima da caccia alle streghe, nel quale la presunzione di innocenza diventa un fastidio e il garantismo un lusso da esibire solo quando conviene.
In questo contesto ha trovato terreno fertile l’illazione lanciata dal cosiddetto Osservatorio anticamorra, trasformata senza alcuna verifica in una verità politicamente spendibile. E come non richiamare la storia di taluni sodali, la cui vicenda personale e familiare è stata ed è tuttora all’attenzione dell’autorità giudiziaria per fatti gravissimi.
Mi sono dimesso per evitare che un’intera comunità politica venisse trascinata nel fango. Non per difendere me stesso, ma per proteggere chi con me ha condiviso anni di impegno vero, alla luce del sole. Ho pagato un prezzo politico che non dovevo, per impedire che altri si nascondessero dietro comode semplificazioni.
Sono stato indicato come intercettore di un consenso “opaco”, senza uno straccio di prova, senza un riscontro, senza rispetto. Una delegittimazione vile, costruita a tavolino, utile a riscrivere la realtà e a produrre un capro espiatorio spendibile nel dibattito pubblico. Un meccanismo che ha trascinato anche la lista che da anni contribuisco ad animare, “Noi per Stabia”, in un tritacarne mediatico che non merita.
Il sindaco, invece di esercitare prudenza, equilibrio e senso delle istituzioni, ha scelto la scorciatoia: una sentenza politica immediata, l’espulsione dal perimetro della maggioranza, la convinzione di aver così lavato via ogni ombra.
Resta allora una domanda inevitabile. Le preferenze da me ottenute, che hanno consentito il raggiungimento del quorum alla lista, saranno ora utilizzate da questa maggioranza per sopravvivere? E le preferenze raccolte da altri candidati nelle zone più “calde”, compreso il neo consigliere subentrante, saranno accettate senza problemi nel perimetro della maggioranza?
Tutto questo dimostra un principio inquietante: il garantismo vale solo finché non comporta un costo politico. Perché se i voti che ho raccolto sarebbero espressione di zone d’ombra, oggi quegli stessi voti, incassati da altri, sono diventati improvvisamente accettabili? Le ombre spariscono con le dimissioni di un consigliere o si dissolvono per mera convenienza?
Forse la risposta è più semplice e più amara: la coerenza è sacrificabile quando intralcia la sopravvivenza politica. E lo dico anche a chi ama travestirsi da investigatore morale. Uno Sherlock Holmes credibile, anche se porta i baffi invece della pipa, non indaga a comando, non sceglie i bersagli, non chiude gli occhi su ciò che disturba e non li spalanca solo su ciò che conviene colpire.
Se davvero si vuole parlare di legalità, allora la si pratichi senza doppi standard. Si guardino tutti i fatti, non solo quelli utili. Si osservino anche i silenzi, le ambiguità, le connivenze mai nominate che da anni attraversano questa città e che troppi fingono di non vedere.
Questo non è lo sfogo di chi è stato escluso. È una denuncia politica contro l’uso ipocrita della parola “legalità”, degradata da valore costituzionale a strumento di lotta interna” .

