Ci sono storie che emergono piano, senza clamore, ma che lasciano un segno profondo. È quella che Barbara Tabita ha scelto di raccontare a Verissimo, parlando per la prima volta in modo aperto della malattia che ha cambiato radicalmente la sua vita dopo la nascita della figlia Beatrice, nel 2018.
Un racconto intimo, doloroso, attraversato da anni di sofferenza fisica e psicologica. Una testimonianza che va oltre la cronaca televisiva e diventa il ritratto di una donna che ha dovuto fare i conti con il corpo, la maternità e la paura quotidiana di non farcela.
La gravidanza e i primi segnali ignorati
Barbara Tabita aveva 44 anni quando è rimasta incinta. Una gravidanza desiderata, arrivata quasi subito, dopo l’incontro con Simone Mazzone, allora suo compagno. La maternità non era nei suoi piani iniziali, come lei stessa racconta, presa da una carriera intensa e da una vita costruita sul lavoro e sui progetti.
Eppure, già durante la gravidanza qualcosa non andava. Nausee fortissime, persistenti, fuori dalla norma. Sintomi che vengono spesso minimizzati, soprattutto quando coincidono con un momento così delicato come l’attesa di un figlio. Dopo il parto, però, la situazione peggiora.
Arrivano i mal di testa. Poi diventano sempre più violenti, continui, debilitanti.
L’emicrania con aura e la paura dell’ictus
Per sette anni, Barbara Tabita ha convissuto con un’emicrania con aura severa, una forma neurologica che può causare sintomi molto simili a quelli di un ictus. Paralisi improvvise, difficoltà a parlare, vuoti cognitivi, perdita temporanea del controllo del corpo.
Lei stessa racconta di non sapere mai, ogni volta, se si trattasse di un attacco o di qualcosa di irreversibile. Una condizione che logora, che consuma lentamente, che trasforma ogni giornata in un’attesa carica di ansia.
Ci sono stati giorni in cui non riusciva a muoversi. Giorni in cui si sentiva “un vegetale”, come ha detto con parole crude ma sincere. Il pensiero più spaventoso non era solo il dolore, ma l’idea di restare intrappolata in un corpo che non risponde più.
La malattia e il rapporto con se stessa
Nel racconto di Barbara Tabita emerge con forza un altro aspetto: quello identitario. La malattia non ha colpito solo il fisico, ma anche l’immagine di sé. La percezione del corpo cambia. La femminilità vacilla. L’autostima si sgretola.
Ha parlato di anni in cui non si sentiva più donna, non si sentiva più bella. Anni in cui la malattia le ha tolto non solo energie, ma anche la possibilità di vivere pienamente il rapporto con la figlia nei suoi primi anni di vita.
Un dolore che si somma al senso di colpa, spesso silenzioso, che molte madri provano quando la salute non permette di essere presenti come vorrebbero.
La separazione e la cura che arriva tardi
Il percorso di cura arriva, ma non è immediato. A un certo punto, Barbara Tabita ha potuto accedere a una terapia sperimentale che ha segnato l’inizio della guarigione. Un passaggio fondamentale, che però coincide con un altro trauma.
Dopo undici anni di relazione, il compagno decide di lasciarla. Un colpo durissimo, arrivato nel momento in cui lei era più fragile. Ha raccontato di aver smesso di mangiare, di aver vissuto quella separazione come un crollo totale.
Col tempo, però, è arrivata anche una lettura più lucida di quanto accaduto. Nessuna accusa, nessun rancore pubblico. La consapevolezza che quegli anni sono stati difficili per tutti, e che il peso della malattia ha inciso anche sulla relazione.
Il ruolo della maternità e la forza silenziosa
Nel racconto di Barbara Tabita, la figura della figlia Beatrice resta centrale. È la motivazione, ma anche il dolore più grande. La consapevolezza di aver perso anni importanti della sua crescita è una ferita che resta, anche quando il corpo ricomincia a rispondere.
Eppure, oggi, la sua testimonianza è anche un messaggio. Non di eroismo, ma di verità. Parlare di emicrania, di malattie invisibili, di sofferenza mentale e fisica che non sempre si vede, ma che può essere devastante.
Una storia che rompe il silenzio
La scelta di raccontarsi a Verissimo non è solo un momento televisivo. È un atto di esposizione, che mette al centro una realtà spesso sottovalutata: quella di chi convive per anni con una patologia neurologica senza risposte immediate.
Barbara Tabita oggi ha 50 anni e una consapevolezza diversa. La guarigione non cancella il passato, ma permette di rileggerlo. E di dare voce a chi, ancora oggi, vive con la paura di non sapere cosa succederà domani.
Una storia personale che diventa collettiva. E che, proprio per questo, merita di essere ascoltata.

