Alle dieci del mattino il Tribunale di Pavia si è riempito di silenzi più pesanti delle parole. Il caso Garlasco è tornato lì dove non se n’è mai andato davvero. Dentro un’aula di giustizia. Fuori, nella memoria collettiva. Diciotto dicembre. Incidente probatorio. Nuove indagini. Vecchie ferite. Un nome che riemerge, Andrea Sempio. Un altro che non se ne va, Alberto Stasi. E una frase che rimbalza tra i corridoi e accende tutto: il Dna esclude Alberto definitivamente.
Il delitto di Chiara Poggi, 13 agosto 2007, non è più solo un fatto giudiziario. È diventato un campo di battaglia simbolico. Tra scienza e diritto. Tra verità processuale e verità percepita. Tra ciò che sembra chiudere e ciò che riapre.
Dentro l’aula, la genetica. Fuori, il peso degli anni
Davanti alla Gip Daniela Garlaschelli, la genetista Denise Albani ha discusso le conclusioni della perizia super partes. Un lavoro su tracce minime, degradate, quasi fantasma. Dna sotto le unghie di Chiara Poggi. Materiale trovato nella spazzatura della villetta. Residui di una mattina che ha cambiato tutto.
Il dato tecnico è chiaro solo in apparenza. Quel Dna maschile è parziale, misto, degradato. Ma compatibile con la linea paterna di Andrea Sempio, amico del fratello della vittima. Ed è qui che il caso Garlasco cambia assetto. Perché lo stesso Dna, secondo quanto emerso oggi, esclude Alberto Stasi in modo definitivo.
Lo dice la sua avvocata, Giada Bocellari, uscendo dal tribunale. Spiega che per undici anni si è detto che il Dna era inutilizzabile, che non consentiva esclusioni. Oggi no. Oggi quel dato processuale diventa una prova a tutti gli effetti. Non una sentenza, non una condanna automatica per Sempio. Ma una porta che si chiude da una parte e si apre dall’altra.
Caso Garlasco: stasi torna a Pavia, in silenzio
La presenza di Alberto Stasi sorprende molti. Arriva a Pavia senza dichiarazioni. È accompagnato dai legali. Non parla. Non deve parlare. La sua avvocata chiarisce che era importante esserci, per rispetto dell’autorità giudiziaria, per la storia processuale che lo riguarda, per una vita che da dieci anni è sospesa dentro una condanna definitiva a sedici anni.
Stasi è stato assolto due volte e poi condannato in Cassazione. Una parabola giudiziaria che nel caso Garlasco pesa come un macigno. La sua condanna si fonda su un impianto indiziario ritenuto grave, preciso e concordante. Il racconto giudicato illogico del ritrovamento del corpo. Le impronte nel bagno lavato. Le biciclette, i pedali, il sangue. Elementi che restano lì, intatti sul piano processuale.
Ma oggi il Dna dice altro. Non cancella la sentenza. Non la ribalta. Però incrina una certezza che per anni è stata data per immutabile.
La difesa Sempio e il Dna giuridicamente inutilizzabile
Dall’altra parte Andrea Sempio, oggi trentasette anni, indagato per concorso nell’omicidio. La sua difesa tiene una linea netta. Il Dna non basta. Non solo. Non può bastare. L’avvocato Liborio Cataliotti parla di un vulnus di partenza. I dati raccolti anni fa non sono stati replicati sullo stesso materiale. La comparazione, così com’è, diventa giuridicamente inutilizzabile.
La perita Albani, pur lavorando in modo rigoroso, non ha potuto stabilire quando e come quelle tracce si siano depositate. Contatto diretto o mediato. Una stretta di mano. Un oggetto. Un passaggio casuale. In una casa frequentata nel tempo da amici e conoscenti, il Dna può raccontare storie diverse.
È questo il cuore del nuovo fronte del caso Garlasco. La scienza che individua compatibilità. Il diritto che chiede certezze.
Le altre ombre su Andrea Sempio
Il Dna non è l’unico elemento. La Procura di Pavia costruisce un quadro più ampio. Ci sono tre telefonate brevissime verso casa Poggi nei giorni precedenti il delitto, quando Marco Poggi era in vacanza. Sempio le spiega come errori di rubrica. C’è l’impronta 33, una traccia di mano sulla parete delle scale, non insanguinata, che per l’accusa è sua. La difesa contesta.
C’è uno scontrino di parcheggio a Vigevano, alle 10:18 del 13 agosto. Un possibile alibi che secondo gli inquirenti potrebbe essere falso. E poi un filone ancora più delicato, su presunte corruzioni avvenute anni dopo per arrivare a una prima archiviazione. Un terreno scivoloso, ancora tutto da verificare.
Nel caso Garlasco ogni dettaglio pesa il doppio. Perché arriva dopo. Perché arriva tardi. Perché arriva su una storia già giudicata.
La famiglia Poggi e lo spettacolo mediatico
L’avvocato della famiglia Poggi usa parole dure. Dice che di processuale ormai c’è poco. Che tutto si sta trasformando in uno spettacolo mediatico. Una partita di comunicazione più che di accertamento. Sottolinea che i dati oggettivi sono quelli noti da anni e che prima o poi i tribunali dovranno confrontarsi solo con quelli.
Nel caso Garlasco, il confine tra informazione e narrazione è sempre stato sottile. Ogni sviluppo riaccende l’attenzione. Ogni udienza sembra una svolta. Poi resta la complessità.
Un Dna che esclude non basta a riscrivere la storia
Il punto più destabilizzante di questa giornata sta tutto qui. Il Dna esclude Alberto Stasi. Ma non assolve nessuno. Non condanna automaticamente Andrea Sempio. Non chiude il caso Garlasco. Lo rende più fragile. Più contraddittorio. Più umano.
La genetica offre probabilità. Il diritto pretende responsabilità. In mezzo c’è una vittima, Chiara Poggi, che continua a essere il centro silenzioso di tutto.
Il caso Garlasco oggi non è una storia che torna indietro. È una storia che si allarga. Che mette in discussione il modo in cui cerchiamo la verità. E soprattutto il modo in cui crediamo di averla già trovata.
Alla fine dell’udienza, nessun colpo di scena definitivo. Solo una certezza nuova e scomoda. Dopo diciotto anni, anche ciò che sembrava intoccabile può cambiare. E quando cambia, non libera. Costringe a guardare di nuovo.

