La telecamera dava fastidio. Troppo. Riprendeva tutto, senza paura, giorno e notte. Documentava lo spaccio, i passaggi, le mani che scambiavano soldi e dosi. Così hanno deciso di eliminarla. Non con un gesto simbolico, ma con una fucilata. Un colpo secco, diretto, che racconta più di mille parole il livello dello scontro in atto a Pescopagano, frazione di confine tra Castel Volturno e Mondragone, terra fragile e strategica del litorale casertano.
È da qui che parte l’indagine che ha portato i carabinieri a smantellare una piazza di spaccio strutturata, aggressiva, organizzata come un vero e proprio presidio criminale.
La piazza di spaccio al confine
Pescopagano non è un luogo qualsiasi. È una zona di frontiera amministrativa, storicamente difficile da governare, spesso lasciata ai margini. Proprio qui il gruppo aveva deciso di insediarsi, scegliendo un territorio dove i confini sono labili e il controllo più complesso.
Secondo quanto emerso dalle indagini coordinate dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere, i nove indagati – molti dei quali di etnia rom – avevano avviato un’occupazione progressiva del territorio. Non un’irruzione violenta immediata, ma una conquista lenta, metodica, basata sullo spaccio di droga e sulla dimostrazione di forza.
La droga come strumento di potere
Crack, cocaina, eroina, hashish. Un catalogo completo, pensato per soddisfare ogni tipo di domanda. Almeno 400 le cessioni di droga accertate dai carabinieri del Reparto Territoriale di Mondragone. Numeri che raccontano un’attività quotidiana, stabile, non occasionale.
Lo spaccio non era solo un business. Era un modo per affermare il controllo. Chi comprava tornava. Chi viveva lì imparava a convivere con quella presenza. Un modello già visto in passato, quando a dettare legge erano i clan di camorra.
La fucilata come messaggio
L’episodio della telecamera abbattuta è uno snodo chiave dell’inchiesta. Non un gesto impulsivo, ma una scelta precisa. Quel dispositivo rappresentava lo sguardo dello Stato. Riprendeva, raccoglieva prove, raccontava ciò che accadeva davvero.
Neutralizzarla con un’arma da fuoco significa alzare il livello dello scontro. Significa dire: questo territorio lo controlliamo noi. Una sfida aperta alle istituzioni, che richiama dinamiche criminali di stampo camorristico, anche se i protagonisti non appartengono ai clan storici.
Le misure cautelari
All’alba è scattato il blitz. I carabinieri hanno notificato nove misure cautelari emesse dal gip: quattro persone sono finite in carcere, tre agli arresti domiciliari, due colpite dal divieto di dimora in provincia di Caserta.
Un colpo duro al gruppo, che interrompe una presenza diventata ormai strutturale. Agli indagati vengono contestati, a vario titolo, reati legati allo spaccio di droga e all’uso di armi. Un impianto accusatorio che fotografa un’organizzazione tutt’altro che improvvisata.
Un territorio conteso
Le indagini raccontano un progetto chiaro: prendersi lentamente il territorio. Occuparlo con traffici illeciti, renderlo dipendente dalla droga, intimidire chi osserva, sfidare chi controlla. Una strategia che ricalca schemi già noti nel casertano, dove per anni la criminalità organizzata ha sfruttato vuoti istituzionali e marginalità sociali.
Pescopagano diventa così simbolo di una partita più ampia. Non solo un’operazione antidroga, ma una risposta a un tentativo di radicamento criminale.
Il segnale dello Stato
L’intervento dei carabinieri e della Procura arriva come un segnale netto. La fucilata contro la telecamera non è passata sotto silenzio. Anzi, ha accelerato l’azione investigativa, rafforzando la determinazione a colpire il gruppo prima che il controllo diventasse irreversibile.
In territori come questo, la velocità della risposta è decisiva. Ogni giorno di ritardo consolida equilibri illegali difficili da spezzare.
Una storia che non è finita
Le misure cautelari segnano un punto fermo, ma non la parola fine. Le indagini hanno già tracciato un quadro inquietante fatto di spaccio diffuso, uso delle armi e tentativi di intimidazione. Resta ora la sfida più complessa: impedire che altri prendano il posto lasciato vuoto.
Perché Pescopagano, come molte altre zone di confine, resta una terra esposta. E ogni telecamera abbattuta ricorda quanto sia fragile il confine tra controllo e abbandono. Questa volta, però, lo Stato ha risposto. E lo ha fatto prima che fosse troppo tardi.

