Una timbratura al posto di un collega può non bastare per perdere il lavoro. È una decisione destinata a far discutere quella del Tribunale del lavoro di Napoli, che ha dichiarato illegittimo il licenziamento di un operaio dell’Ente Autonomo Volturno, riaprendo un fronte delicato sul confine tra disciplina aziendale, fiducia e reale danno per l’amministrazione pubblica.
Il caso Eav e la sentenza che sorprende
Tutto nasce da un provvedimento adottato da Eav nel dicembre dello scorso anno. L’azienda di trasporto pubblico campano aveva licenziato un operaio accusandolo di un uso improprio del badge aziendale: in almeno dieci occasioni avrebbe timbrato il cartellino per altri colleghi o avrebbe fatto timbrare il proprio. Un comportamento considerato grave, tale da giustificare l’interruzione immediata del rapporto di lavoro.
I giudici del Tribunale di Napoli hanno però ribaltato la decisione. Nella sentenza si afferma che la condotta contestata non integra una giusta causa di licenziamento se il lavoratore ha comunque svolto regolarmente la propria prestazione e non ha ottenuto vantaggi illeciti, né economici né di altra natura. Il risultato è una condanna per l’azienda: reintegro dell’operaio e risarcimento del danno.
Il nodo del “vantaggio illecito”
Il cuore della pronuncia sta tutto qui. Per il Tribunale, la timbratura irregolare, pur essendo una violazione delle regole interne, non basta da sola a spezzare il vincolo fiduciario se non produce un danno concreto o un indebito arricchimento. In altre parole, la sanzione espulsiva è sproporzionata rispetto al fatto, se il lavoro è stato comunque svolto.
Una linea che distingue tra comportamento scorretto e comportamento fraudolento. Una distinzione sottile, ma destinata a incidere su molte vertenze simili, soprattutto nel pubblico impiego e nelle società partecipate.
La reazione di Eav: “Così si crea il caos”
La risposta dell’azienda non si è fatta attendere. Eav ha annunciato immediatamente il ricorso in appello, parlando apertamente di sorpresa e disorientamento. Secondo il presidente Umberto De Gregorio, una decisione di questo tipo indebolisce la capacità dell’azienda di esercitare il potere disciplinare. Se scambiarsi il badge più volte non è considerato una lesione del rapporto fiduciario, come si può pretendere il rispetto delle regole e garantire la presenza effettiva sul posto di lavoro?
Il timore espresso è chiaro: una sentenza così rischia di trasformare il controllo delle presenze in un terreno scivoloso, aprendo a comportamenti difficilmente sanzionabili.
Il contrasto con la Cassazione
A rafforzare la linea dell’azienda interviene il richiamo alla giurisprudenza più recente della Corte di Cassazione. Il legale di Eav, Marcello D’Aponte, sottolinea come la pronuncia napoletana appaia in netto contrasto con decisioni di legittimità. Nel gennaio 2024, la Cassazione ha stabilito che la falsa attestazione della presenza in ufficio da parte di un dipendente pubblico può integrare il reato di truffa aggravata, in presenza di determinate condizioni.
Ancora più esplicita una sentenza del novembre 2024, secondo cui affidare il proprio badge a un collega costituisce una grave violazione dei doveri di correttezza e buona fede, tale da giustificare il licenziamento per giusta causa. Due orientamenti che sembrano andare in direzione opposta rispetto a quella scelta dal Tribunale di Napoli.
Un precedente che fa scuola
La decisione apre ora uno scenario complesso. Da un lato tutela il principio di proporzionalità della sanzione, evitando che ogni irregolarità formale si traduca automaticamente in un licenziamento. Dall’altro rischia di creare un precedente capace di indebolire il sistema dei controlli interni, soprattutto in settori sensibili come il trasporto pubblico.
Il punto non è legittimare le timbrature irregolari, ma stabilire fino a che punto possano giustificare l’espulsione dal lavoro. La sentenza afferma che non basta il gesto in sé: serve dimostrare il danno, l’inganno, il profitto indebito.
La partita ora passa all’appello
Con l’annuncio del ricorso, la vicenda è tutt’altro che chiusa. Sarà il secondo grado di giudizio a chiarire se la linea del Tribunale di Napoli reggerà o se prevarrà l’orientamento più rigoroso della Cassazione. In gioco non c’è solo il destino di un singolo lavoratore, ma l’equilibrio tra diritti dei dipendenti e poteri disciplinari delle aziende pubbliche.
Una cosa è certa: la sentenza ha già acceso il dibattito. E lo ha fatto toccando uno dei nervi scoperti del lavoro pubblico italiano, quello delle regole, dei controlli e della fiducia.

