Dal miracolo del pescatore al rito popolare: le radici dei falò stabiesi
La tradizione dei falò – i cosiddetti “fucaracchi” – che ogni anno infiammano le notti della vigilia della Immacolata Concezione a Castellammare di Stabia affonda le sue radici in una leggenda locale che risale almeno al XIX secolo. Secondo la memoria popolare — tramandata tra nonni e anziani del posto — la storia ha origine da un miracolo marinaro: un pescatore, sorpreso da una tempesta nelle acque stabiesi, avrebbe invocato la protezione della Vergine. Dopo ore di lotta contro le onde, riuscì miracolosamente a raggiungere l’arenile, stremato e seminudo. Per scaldarsi e rendere grazie, accese un fuoco sulla spiaggia e raccolse attorno a sé compaesani e passanti per recitare un rosario alla Madonna. Quella fiamma, segno di salvezza e gratitudine, sarebbe diventata l’antenata dei falò che ogni anno si ripetono nei quartieri della città.
Da allora, ogni 7 dicembre, la notte che precede l’Immacolata, la comunità stabiese rinnova quel gesto: grandi cataste di legna vengono preparate nei rioni, accese al calar del sole e illuminate da una devozione che mescola sacro e popolare. I falò non sono soltanto un evento folkloristico, ma un rito che per molti rappresenta l’inizio simbolico delle festività natalizie, un modo per onorare la devozione alla Madonna e per rafforzare il legame con le proprie origini.
I quartieri protagonisti: quando la tradizione è di casa
A Castellammare di Stabia, più che in ogni altra parte, i falò non sono un evento monolitico bensì un mosaico di iniziative diffuse nei quartieri: dal centro storico alle aree periferiche, ogni rione costruisce la propria catasta, rendendo la notte dell’Immacolata una lunga, intensa, e spesso caotica festa di fuoco e comunità.
Tra i quartieri più attivi si segnalano: il centro antico con Piazza Fontana Grande, Licerta, l’Acqua della Madonna; le aree collinari come Privati e Scanzano; le spiagge e il rione Spiaggia; periferie come Moscarella e Savorito; infine rioni popolari come CMI, Cicerone, San Marco. In ognuno di questi, la catasta viene preparata con cura e ambizione — non più solo per devozione, ma anche per rivendicare l’identità di un’intera comunità.
Spesso la costruzione di un falò diventa una sorta di “gara non ufficiale”: ogni quartiere cerca di erigere la catasta più alta e impressionante. Questo aspetto di competizione informale ha influito sulla trasformazione della tradizione, allontanandola dal semplice rito religioso per farne un momento forte di identità collettiva.
“Fratièlle e Surélle”: la devozione che precede il fuoco
La notte dei falò è solo l’atto conclusivo di un percorso di fede che inizia giorni prima. Dal 26 novembre all’8 dicembre, in tutti i quartieri si rinnova la tradizione della “dodicina” di preghiere e canti, nota come Fratièlle e Surélle. Dal cuore dei vicoli escono le voci dei cantori che invitano ogni abitante a unirsi in rosario e devozione, rievocando una spiritualità profonda e radicata.
Questa consuetudine, come i falò, si tramanda di generazione in generazione e rappresenta il filo invisibile che lega il passato al presente, la fede alla comunità, le radici antiche con le nuove generazioni. I fucaracchi non sono solo un falò: sono la conclusione visibile di un rito collettivo, un segno di appartenenza e un momento di condivisione.
Tradizione e trasformazioni: conflitti e tentativi di regolamentazione
Negli anni, la tradizione dei fucaracchi ha però accumulato contraddizioni. Se in origine era rito di devozione e ringraziamento, con la sua eredità marinara, ora molte cataste vengono erette con materiali di recupero, legna rubata, a volte pneumatici o altri elementi pericolosi. Questo ha comportato seri rischi per la salute, per l’ambiente e per la sicurezza pubblica: falò troppo vicini ai palazzi, incendi incontrollati, deturpazione del territorio.
Di fronte a questa deriva, le amministrazioni locali hanno più volte cercato di intervenire: alcune hanno proposto regolamenti, restrizioni, alternative come falò autorizzati sulla spiaggia o in villa comunale, in contesti più sicuri e controllati. Ma questi tentativi spesso si scontrano con la resistenza di chi considera il “fucaracchio di quartiere” un elemento imprescindibile della propria identità.
Il risultato è una sorta di doppia tradizione: da un lato il falò “legale” e regolamentato sulla spiaggia o in villa, dall’altro i falò spontanei dei rioni, che continuano nonostante divieti e controlli, mantenendo viva una tradizione trasgressiva e comunitaria al contempo.
Il significato dei fucaracchi oggi: fra ricordo, identità e conflitto
I fucaracchi restano per molti stabiesi un segno di appartenenza, un rituale che lega generazioni. Ogni falò acceso rappresenta memoria del passato — del pescatore salvato dal mare, della devozione alla Vergine, della comunità unita — ma anche la rivendicazione di un’identità di quartiere.
Tuttavia questa tradizione storica oggi convive con una realtà complessa: quella di una città moderna, con regole di sicurezza, ambiente, decoro urbano. Il fuoco, che per secoli ha rappresentato protezione e conforto, rischia oggi di diventare un elemento di rischio e conflitto.
La sfida per il futuro è chiara: preservare la tradizione, ma controllare il pericolo. Questo significa trovare un equilibrio tra passato e presente, tra devozione e responsabilità, tra memoria e sicurezza.







