Ginecologia di Cava e Mercato San Severino, il commissario Cantone fa ricorso in appello: vanno chiuse

Alla base della delibera firmata dal vertice dell'azienda sanitaria Ruggi d'Aragona l'impossibilità di gestire i due reparti cittadini per via delle grosse restrizioni delle nuove normative

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La ginecologia a Cava de Tirreni (e Mercato San Severino) “non s’ha da fare”: il commissario Cantone ricorre in appello contro l’ordinanza del Tar. E della questione ne parlerà in aula il prossimo 9 novembre.

Prosegue la bufera nelle città di Cava e Mercato San Severino per la chiusura del reparto di ginecologia dell’ospedale Santa Maria dell’Olmo e Fucito. La chiusura, già attuata a gennaio, era stata fortemente voluta dall’azienda sanitaria a causa della necessità di una riorganizzazione dei servizi su tutto il territorio. In pratica, mantenere due reparti ginecologici a Cava de Tirreni e Mercato San Severino secondo l’azienda sanitaria poteva risultare estremamente difficoltoso. Tutto si sarebbe potuto risolvere puntando direttamente al presidio ospedaliero di via San Leonardo, il Ruggi d’Aragona. Sulla vicenda fu chiamato a pronunciarsi anche il Tar, che rigettò tutte le motivazioni presentate dall’azienda sanitaria stessa: la riorganizzazione dei servizi, infatti, non poteva assolutamente permettere la chiusura di due reparti importanti in due grosse città del territorio. Insomma, chiudere ginecologia a Cava de Tirreni e Mercato San Severino non era la scelta migliore.

La questione sembrava totalmente risolta, e invece no: si torna nuovamente in tribunale. Il commissario dell’azienda Ruggi d’Aragona Nicola Cantone, infatti, ha fatto ricorso in appello contro le decisioni del Tar. Nel documento che verrà presentato ai giudici si fa riferimento alle raccomandazioni contenute nell’accordo Stato-Regioni del 2010 in tema di sicurezza ed appropriatezza degli interventi assistenziali nel percorso di nascita e, soprattutto, si fa riferimento alla nuova direttiva europea, che vieta dal 29 novembre 2015 a medici e infermieri di svolgere turni di lavoro superiori al limite massimo di 12 ore e 50 minuti nell’arco di una giornata. Il riposo giornaliero, quindi, non deve essere inferiore alle 11 ore. Inoltre il servizio non può prolungarsi, in media, oltre le 48 ore alla settimana. Insomma, le nuove leggi parlerebbero chiaro: mantenere aperte le due strutture significherebbe contraddire la normativa. Cosa succederà?