Famiglia, dottrina e diritti civili: un dibattito ancora aperto

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Le dichiarazioni di papa Francesco e le interpretazioni.

di Nicola Baselice

«La famiglia è fondata sull’unione tra uomo e donna»: queste furono le parole del sommo pontefice Leone XIV, pronunciate poche settimane dopo la sua elezione al soglio pietrino. Qualcuno le ha interpretate come una chiusura alle coppie omosessuali.
Bisogna chiedersi, però, quando ci sia realmente stata un’apertura. Nemmeno Papa Francesco ha mai dato un concreto spiraglio al riconoscimento delle famiglie arcobaleno: è stato più aperto nei confronti dei singoli, che – riconosciuti come pecore smarrite – ha cercato di indirizzare sulla giusta via da buon pastore. Va ricordato che, nell’udienza generale del 2 aprile 2014 in piazza San Pietro, affermò che «l’immagine di Dio è la coppia matrimoniale: l’uomo e la donna» e che «quando l’uomo e la donna celebrano il matrimonio, Dio si rispecchia in quella coppia, che diventa l’icona dell’amore di Dio».

La posizione della Chiesa sul matrimonio

Come potrebbe mai la Santa Romana Chiesa riconoscere un’unione che farebbe vacillare l’intera struttura, se non la dottrina cristiana stessa? Per il Catechismo della Chiesa Cattolica, il matrimonio è il settimo sacramento e, come tale, fonda una sorta di chiesa domestica. Non a caso, esso simboleggia l’unione di Cristo e della Chiesa. L’intera dottrina cattolica si basa sulla famiglia. Chi ha dimestichezza con la Bibbia ricorderà il racconto della Creazione nel libro della Genesi: dopo aver creato l’uomo, Dio gli crea il complemento la donna e, ponendola al suo fianco, dichiara che i due sarebbero diventati «una sola carne». Anche se indirettamente, e leggendo tra le righe, viene istituito il matrimonio. Una riflessione è però necessaria: il Vecchio Testamento si rivolgeva al popolo ebraico, diviso in tribù patriarcali, per cui il matrimonio era una questione non solo familiare, ma comunitaria. Esso influiva sulla forza e sull’economia della tribù stessa. Questo rende comprensibile la sua importanza originaria.

Il matrimonio oggi: dati e cambiamenti sociali

Ma è lecito chiedersi: il matrimonio religioso è ancora così importante? Secondo i dati Istat, nel 2023 sono stati celebrati in Italia 184.207 matrimoni, il 2,6% in meno rispetto al 2022. I matrimoni religiosi presentano un calo ancora più consistente (-8,2%), accentuando una tendenza che prosegue da anni.

Le unioni civili

Entrate in vigore il 5 giugno 2016, le unioni civili hanno permesso l’unione tra persone dello stesso sesso.
Nel secondo semestre del 2016 si sono costituite 2.336 unioni civili, un numero elevato, frutto dell’attesa accumulata da coppie già consolidate. Dopo il boom iniziale, si è osservata una stabilizzazione. Nel 2023 le unioni civili sono state 3.019, con un aumento del 7,3% rispetto al 2022. Tuttavia, i dati preliminari dei primi otto mesi del 2024 delineano un lieve calo del 2,1%. Si conferma anche nel 2023 la prevalenza di unioni tra uomini (1.694, pari al 56,1%), percentuale pressoché stabile.

Religione e diritti civili: rette parallele

Se analizziamo l’argomento da un punto di vista religioso, occorre partire da un presupposto: religione e diritti civili sono come due rette parallele in un grafico cartesiano. Pur correndo vicine, non si incontrano mai.
Questo aiuta a comprendere perché la religione difficilmente potrà aprirsi al riconoscimento delle coppie omosessuali. I diritti non devono essere chiesti all’autorità religiosa, bensì allo Stato. Nel nostro caso, allo Stato italiano, che dovrebbe garantire – in virtù dell’articolo 29 della Costituzione – la tutela della famiglia. Sebbene l’articolo non si applichi direttamente alle coppie omosessuali, perché scritto nel 1948, gli articoli 2 e 3, che riconoscono i diritti inviolabili della persona e l’uguaglianza di tutti i cittadini, permettono di includere anche l’orientamento sessuale.

Perché stupirsi delle chiusure religiose?

Perché ci si scandalizza ancora quando un’istituzione religiosa o un uomo di Chiesa si dichiara contrario al mondo Lgbt?
Come si può pensare che la Chiesa si apra su un tema che contraddice il cuore della sua tradizione dottrinale? Una religione può dichiarare sacro ciò che ritiene tale: ciò non ha influenza diretta sulla legislazione civile. Perché allora ostinarsi a chiedere un riconoscimento a un’istituzione che fonda il proprio sistema su ciò che considera naturale, sacro e tradizionale?

Chi decide cosa è “normale”?

Questo apre ulteriori spunti di riflessione: chi stabilisce cosa è giusto e “normale”, e cosa non lo è? Il fatto che qualcosa sia praticato dalla maggioranza la rende automaticamente giusta?