Paola Egonu: la solitudine, il desiderio di un figlio e l’ossessione volley

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Paola Egonu

Paola Egonu ha deciso di raccontarsi senza filtri, e lo ha fatto nel modo più diretto possibile: parlando della solitudine, del corpo, del futuro e di quel confine sottile tra ambizione e fragilità che accompagna ogni atleta d’élite. La sua voce, sempre più consapevole, restituisce il ritratto di una campionessa che non si limita più a vincere, ma prova anche a spiegare cosa significa vivere dentro un sistema che ti chiede tutto, ogni giorno, senza pause.

Nel suo racconto emerge con forza una verità spesso ignorata: la vita dell’atleta non è fatta solo di palazzetti pieni, applausi e trofei. È fatta soprattutto di ore silenziose, ripetitive, uguali a se stesse. Paola Egonu lo descrive con lucidità disarmante quando dice che “la vita dell’atleta è solitudine” e che la normalità diventa svegliarsi, allenarsi, tornare a casa, mangiare, tornare ad allenarsi, dormire. Sempre da sola. Una condizione che inizialmente disorienta, ma che col tempo diventa abitudine, quasi rifugio. Una solitudine che a un certo punto inizia persino a piacere, perché diventa l’unico spazio dove respirare davvero.

Ma quella distanza dal mondo “normale” pesa. Pesa nel confronto con i coetanei, nelle telefonate ai genitori, nei momenti in cui ci si rende conto di non avere il tempo di fermarsi, di crollare, di prendersi una pausa emotiva. “Nella vita dell’atleta non hai il tempo di fermarti, di piangere, di parlare”, racconta Egonu, spiegando come si sia costretti a reagire subito, ad andare oltre, a correre a una velocità che gli altri non conoscono. E proprio lì nasce il problema più grande: essere compresi.

Paola Egonu parla di un mondo che viaggia su binari paralleli rispetto a quello delle persone comuni. Chi non vive certe emozioni, certe pressioni, certe responsabilità, difficilmente può capirle fino in fondo. Eppure, sottolinea quanto sia fondamentale avere qualcuno accanto che sappia ascoltare, che possa sostenere senza giudicare, che riesca a esserci davvero. Perché dietro la giocatrice dominante, dietro il simbolo, c’è una donna che vive paure, dubbi e interrogativi profondi.

Uno su tutti è quello legato alla maternità. Un tema che Egonu affronta con una maturità rara, riflettendo su cosa significhi essere donna in uno sport che non concede tregua. “Io sono una donna, e ho desideri di maternità”, afferma, raccontando il conflitto tra il sogno di una famiglia e la paura di interrompere una carriera costruita anno dopo anno. La consapevolezza che nove mesi lontana dal campo possano cambiare tutto, che il corpo possa non rispondere più allo stesso modo, che il ritorno al top non sia garantito. Un dubbio che per un uomo non esiste allo stesso modo, perché il suo percorso sportivo non viene fisicamente stravolto dalla genitorialità.

Paola Egonu non nasconde di aver fissato un limite temporale, una sorta di linea immaginaria oltre la quale prendere decisioni più definitive. Ma ammette anche che il futuro resta un’incognita. Non sa ancora cosa ci sarà dopo la pallavolo, ma desidera avere il coraggio di smettere al momento giusto, senza trasformare il ritiro in una frattura dolorosa, senza paura di ciò che verrà. Vuole continuare ad andare avanti, ma in modo diverso, con una nuova identità da costruire.

Nel frattempo, però, la sua vita resta profondamente legata al campo e alla squadra. Paola Egonu sottolinea come la pallavolo sia uno sport di dipendenza reciproca, dove nessuno vince da solo e dove la fiducia diventa l’elemento decisivo. “Io dipendo tantissimo dalla squadra”, afferma, spiegando che è proprio nella percezione della fiducia delle compagne e dello staff che trova la libertà di osare, di rischiare, di tirare fuori quel 10% in più che fa la differenza.

Ed è qui che si svela un altro volto della campionessa: quello dell’ossessione. A certi livelli, secondo Egonu, non basta il talento. Serve qualcosa di più profondo, quasi irrazionale. Serve un’ossessione positiva, quella fame che ti spinge a volere sempre di più, a non accontentarti mai. “La differenza a quei livelli la fa proprio quanto sei ossessionata. E io lo sono, sì. Se vuoi raggiungere veramente l’apice di quello che fai, devi essere quasi un folle”. Una dichiarazione che racconta la mentalità di chi vive per migliorarsi, per superarsi, per esplorare il limite.

Paola Egonu, atleta dell’anno, è oggi molto più di una fuoriclasse della pallavolo. È una voce che parla di identità, di sacrificio, di lucidità emotiva. È il simbolo di una generazione che non ha paura di mostrarsi vulnerabile pur restando fortissima. Una campionessa che non si limita a schiacciare palloni, ma prova anche a spiegare cosa significa essere donna, atleta, persona, nel pieno di una carriera che brucia e illumina allo stesso tempo.

In questo equilibrio precario tra grandezza e umanità, tra potenza e silenzio, Paola Egonu continua a camminare. Con il peso delle aspettative, con il rumore del successo, ma anche con il coraggio raro di raccontare ciò che si cela dietro la facciata perfetta della vittoria. E forse è proprio questo a renderla davvero speciale: non solo ciò che fa in campo, ma tutto quello che riesce a dire fuori.