La Giornata Mondiale dell’Infanzia del 20 novembre arriva quest’anno come un grido di allarme più che come un momento di celebrazione. «Non c’è nulla da festeggiare», dichiara Andrea Iacomini, portavoce dell’Unicef Italia, definendo l’attuale contesto globale «la peggiore epoca per i bambini dal 1946». Un messaggio duro, che invita ad aprire gli occhi su una realtà segnata da violenze, conflitti e diritti negati.
Per Iacomini, l’infanzia di oggi è intrappolata in una spirale di violenza globale. Racconta all’AGI che troppo spesso le immagini di bambini sotto le bombe suscitano indignazione istantanea ma svaniscono rapidamente dal dibattito pubblico. Eppure anche in Italia i minori affrontano maltrattamenti, abusi e situazioni familiari fragili che rendono evidente quanto l’infanzia resti vulnerabile. La stessa Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia del 1989, definita il trattato più ratificato al mondo, continua a essere anche il più violato.
I numeri diffusi dall’Unicef mostrano un quadro drammatico: 213 milioni di bambini in 146 Paesi hanno bisogno di aiuti umanitari; uno su cinque vive in zone di guerra, pari a 500 milioni di minori; 50 milioni sono stati costretti a lasciare le proprie case; un miliardo cresce in contesti segnati da povertà estrema e cambiamenti climatici; i tagli ai finanziamenti internazionali rischiano di privare 14 milioni di bambini di servizi essenziali, compresi quelli nutrizionali. Per Iacomini, i minori stanno affrontando livelli senza precedenti di sfollamento, epidemie e crisi alimentari che mettono a rischio la loro sopravvivenza.
A rendere ancora più pesante la situazione sono le grandi emergenze dimenticate. A Gaza, dopo due anni di conflitto, 64 mila bambini risultano uccisi, feriti o senza casa e 56 mila hanno perso uno o entrambi i genitori. In Ucraina, 3,2 milioni di minori hanno bisogno di assistenza. In Sudan, 16 milioni di bambini vivono ogni giorno sotto la minaccia di fame, guerra e malattie. «Che cosa celebriamo il 20 novembre?», chiede Iacomini. «Celebriamo un’infanzia che non stiamo più riuscendo a proteggere».
A preoccupare l’Unicef è anche la condizione delle bambine e delle adolescenti. Una su cinque va in sposa durante l’infanzia, mentre 700 milioni di donne nel mondo sono state sposate prima dei 18 anni. Centoventidue milioni di ragazze non frequentano la scuola e quattro su dieci non concludono gli studi secondari. Tra i 15 e i 19 anni, una ragazza su quattro subisce violenza da parte del partner. Per questo l’Unicef sostiene associazioni guidate da giovani donne per dare loro spazio, voce e strumenti concreti per cambiare la propria realtà.
Secondo Iacomini, la prima battaglia da vincere è contro l’indifferenza. Sottolinea che mentre nel mondo si investono 3 trilioni di dollari in armamenti, sarebbe sufficiente il 10% di questa cifra per eliminare la povertà globale. «Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza», ricorda citando Leo Buscaglia. Per il portavoce, donare e sostenere le organizzazioni umanitarie significa proteggere i progressi ottenuti in decenni: dalle vaccinazioni all’accesso all’istruzione, fino alla riduzione della mortalità infantile.
Iacomini conclude con un desiderio che racchiude l’intera missione dell’Unicef: «Sogno di restare disoccupato. Vorrebbe dire che il nostro compito è finito e che tutti i bambini del mondo sono finalmente al sicuro».

