La presentazione della cosiddetta “legge Bove” segna un passo significativo nel campo della tutela della salute nel mondo dello sport e non solo. A firmare il disegno di legge sono i senatori Marco Lombardo e Carlo Calenda, e porta il nome del centrocampista Edoardo Bove, reduce da un malore in campo che ha acceso i riflettori sulla necessità di una maggiore preparazione in materia di primo soccorso.
Una proposta con radici forti
Il ritorno alla luce di diversi episodi drammatici — nel calcio e nello sport in generale — ha portato a considerare l’urgenza di una legge che vada oltre i protocolli isolati delle grandi strutture professionistiche. Come detto da Bove, «prima che mi succedesse quello che mi è successo, non sapevo nulla di tutto ciò»: una frase che sintetizza quanto la sensibilità collettiva non fosse ancora allineata con il rischio reale.
Il disegno di legge prevede che la formazione di primo soccorso diventi obbligatoria in diversi ambiti: nelle scuole, nei percorsi di formazione professionale, nelle autoscuole per il rilascio della patente, e per alcune categorie, ad esempio i bagnini.
L’obbiettivo dichiarato: ridurre drasticamente il numero degli eventi fatali o dei danni permanenti che si potrebbero evitare con l’intervento tempestivo e preparato. Si parla di circa 65.000 persone ogni anno in Italia che perdono la vita per mancanza o ritardo nel primo soccorso.
Il ruolo del calcio e la doppia anima del gesto
Che questa proposta porti il nome di un calciatore non è un mero dettaglio simbolico: l’esperienza di Bove diventa metafora e monito. «Sono onorato che la legge porti il mio nome, ma la cosa un po’ mi imbarazza», ha detto il giocatore, consapevole che dietro quell’episodio e dietro la normativa ci sono molte altre storie e persone che si sono spese nel tempo.
In questo senso, lo sport professionistico rappresenta due cose contemporaneamente: da un lato la massima espressione del controllo medico, della prevenzione e del monitoraggio continuo; dall’altro, l’elemento che può rendere visibile una problematica che coinvolge ogni tessuto sociale — dalle scuole ai centri sportivi amatoriali. Il campo di calcio diventa una vetrina, ma il vero scopo è che la formazione e il primo soccorso entrino nella vita di tutti, ovunque si pratichi sport o si viva una situazione di emergenza.
Quali sono i nodi da sciogliere?
Non mancano le sfide: la proposta legislativa dovrà tradursi in risorse, tempi certi, coordinamento fra Stato, regioni e istituzioni locali. Ci sono questioni di praticità, come l’omogeneità dei corsi, la durata, il livello minimo di competenze richieste, e la diffusione dei defibrillatori automatici nei contesti più vulnerabili. Durante la presentazione è stato evidenziato che «un defibrillatore automatico ha la stessa Iva di un televisore (22%)» e che secondo i promotori dovrebbe essere portata al 5% vista la natura di strumento salvavita.
Altro aspetto cruciale è l’educazione nelle scuole: come inserire la cultura del primo soccorso nei percorsi formativi già carichi di impegni? Come rendere reale e non solo simbolico il passaggio dalla formazione alla azione? Le parole della senatrice Licia Ronzulli sono emblematiche: «La scuola è il cuore di questa riforma e può essere il motore di questo cambiamento culturale».
Lo sport come leva di cambiamento
Restando in ambito calcistico, l’episodio di Bove funge da catalizzatore: mostra che anche chi è monitorato, seguito, protetto non è immune agli imprevisti. E nel calcio professionistico, come si sa, la responsabilità della tutela è alta — ma fuori da quel mondo la situazione è molto più disomogenea. È qui che la legge interviene: «Il rettangolo di gioco è quello delle scuole e dei centri sportivi. È il momento di alzare la mano per rispondere presenti», ha richiamato lo stesso Bove. In questo senso, il calcio non è solo protagonista ma anche simbolo: se un calciatore rischia la vita sul campo, un ragazzino o una persona in un centro sportivo può rischiare in condizioni decisamente meno seguite. Far convergere l’esperienza d’élite e quella quotidiana può essere il vero valore aggiunto della legge.
Conclusione: un’opportunità, non solo un obbligo
La legge Bove appare, al di là dei nomi e degli slogan, come un’opportunità concreta. Un’occasione per creare una cultura diversa: quella del soccorso, della prevenzione, del prendersi cura — prima che tutto esploda in emergenza. Non basta dotare ogni palestra di attrezzature: serve che chi è lì sappia come usarle, che sappia agire tempestivamente, che non reagisca solo in preda al panico.
Se tutto andrà come sperato, potremmo davvero parlare di un cambiamento sistemico. Ma sarà necessario mantenere alta l’attenzione, assicurare fondi, garantire standard formativi reali, e soprattutto evitare che la legge resti un bel titolo senza tradursi in prassi.
In un mondo del calcio — e dello sport in generale — dove il gesto agonistico rapisce, questa norma ci ricorda che dietro ogni partita, ogni allenamento, ogni movimento, c’è un corpo che va tutelato. E che la formazione non è un optional, ma un dovere.

