Clan D’Alessandro, l’inchiesta che svela il nuovo volto della camorra stabiese

0
220

La settimana giudiziaria di Castellammare di Stabia ha alzato il velo su un sistema criminale che continua a reinventarsi, mantenendo saldo il controllo del territorio. Le indagini coordinate dalla Dda di Napoli descrivono un clan D’Alessandro capace di muoversi contemporaneamente nella sanità, nel mondo del calcio e nei traffici di droga, replicando un modello di potere che unisce affari, intimidazioni e relazioni occulte.

La doppia inchiesta che questa settimana ha colpito la camorra stabiese restituisce l’immagine di un’organizzazione tentacolare: il clan fondato dal defunto boss Michele D’Alessandro appare sempre più capace di infiltrarsi nel settore del trasporto di salme e ammalati, obiettivo favorito da una rete di agganci trasversali all’interno dell’ospedale San Leonardo.

Il nome della cosca torna al centro dell’attenzione con l’operazione che ha portato a undici arresti, tra cui quello di Pasquale D’Alessandro, conosciuto come “Fango”. Gli investigatori tracciano un quadro in cui la camorra sarebbe riuscita a inserirsi nei servizi di trasporto sanitario e delle salme facendo leva su contatti interni all’ospedale San Leonardo. Allo stesso tempo, l’ombra dei rapporti con la criminalità organizzata avrebbe spinto alla gestione controllata della Juve Stabia, segno di una presenza pervasiva anche nel settore sportivo.

Accanto ai business più strutturati, l’inchiesta mette in luce un’altra attività che per il clan non ha mai perso valore: il narcotraffico. È proprio su questo fronte che emerge la figura di Massimo Mirano, indicato come referente nella zona del rione Cicerone. Le conversazioni captate grazie a un trojan installato sul suo telefono permettono di ricostruire dinamiche interne e regole rigide imposte dalla cosca. Quando Mirano viene informato dell’arrivo di uno spacciatore intenzionato a vendere hashish senza autorizzazione, la sua reazione è immediata e violenta. «Non lo puoi vendere», ordina, minacciando di punire personalmente chi provasse a sottrarsi alle direttive della famiglia. L’episodio rivela quanto fosse stretto il controllo del territorio e come la gestione delle piazze di spaccio fosse scandita da un sistema di permessi, quote e monetizzazioni.

In un’altra intercettazione, Mirano discute con un uomo di nome Alfonso dell’arrivo imminente di un fornitore da cui aspettavano un campione di droga. La qualità del prodotto, sottolinea, avrebbe determinato il prezzo finale. Nello stesso scambio emerge anche il ruolo di Mirano come grossista, autorizzato a cedere marijuana di alto livello a cinquemila euro al chilo. Un potenziale cliente tenta di proporre un acquisto dilazionato, chiedendo di prendere piccole quantità e saldare solo in un secondo momento. Dialoghi che mostrano un vero mercato parallelo, regolato da logiche imprenditoriali ma gestito da un’organizzazione criminale.

Per la Dda non ci sono dubbi: le condotte contestate a Mirano e agli altri indagati sono aggravate dalla finalità mafiosa. I quantitativi trattati, il linguaggio utilizzato, il richiamo a decisioni collettive e la necessità di autorizzazioni superiori dimostrano, secondo gli inquirenti, che nessuno degli imputati avrebbe potuto operare in autonomia. Ogni attività, dalla sanità allo stadio fino alle piazze di spaccio, risultava vincolata alle direttive del clan.

Il quadro tracciato dalle due inchieste restituisce l’immagine di una camorra che mantiene salde le sue radici ma continua a estendere i propri interessi in settori strategici e redditizi. Un sistema capace di adattarsi, infiltrarsi e riorganizzarsi, confermando la persistenza di un potere che incide profondamente sulla vita economica e sociale di Castellammare di Stabia.