di Marco Visconti
“Vivo”. Questo è la parola che ha rappresentato l’iniziativa di Libera, durata fino alla sua conclusione nella giornata di oggi. Grande la partecipazione popolare: erano presenti anche sindacati come la Cgil, con i relativi referenti nazionali, oltre a rappresentanti di altri gruppi e, infine, i referenti di Libera. Tutto molto bello, compresa la processione con partecipazione studentesca, tipica di Libera, scandita dai suoni della tradizione. Qualcuno ha anche intravisto Isaia Sales e il sindaco Raffaele Maria De Prisco intenti a dialogare.

Qualcuno potrebbe pensare che il tempismo con cui è stata realizzata l’opera non sia casuale. Non sono mancati, in questi giorni, momenti di polemica circa la scelta di questo “dono”, “sbattendoci la faccia”, sulla facciata quasi come voler dire “copro il volto dell’ex sindaco”. Qualcun altro, invece, vi ha visto un richiamo al “cimitero”, con icone votive in maxi formato che riportano alla memoria le edicole votive che costellano il territorio locale, oggi in gran parte dimenticate.

Altri ancora credono che l’Auditorium somigli al bronx di San Giovanni a Teduccio, mentre la pagina satirica “Paganistan” ha dato digitalmente una “degna sepoltura” sulla facciata di un edificio delle cosiddette palazzine, proprio dove fu ucciso Tonino Esposito Ferraioli. Su alcuni di questi temi abbiamo parlato con il coordinatore della segreteria di Libera Campania, Mariano Di Palma.
Perché nasce questo bisogno di ricordare Antonio Esposito Ferraioli?
“Intanto, oggi è una giornata importantissima per la città. Lungo le sue strade centrali si è tenuta una mobilitazione civile che non si vedeva da decenni: scuole, professionisti, volti storici dell’impegno civile hanno inondato la città per chiedere verità e giustizia in memoria di Antonio Esposito Ferraioli. Tonino fu ucciso il 30 agosto 1978: conosciamo gli esecutori, ma non abbiamo ancora una verità giudiziaria sui mandanti. È una verità atroce, perché Tonino fu ucciso per aver denunciato una partita di carne avariata che avrebbe dovuto cucinare per gli operai dell’azienda in cui lavorava. Si rifiutò di farlo e lo pagò con la vita. Un sindacalista, uno scout che ha avuto la schiena dritta: fu ucciso da chi voleva fare affari nella città, nell’Agro Nocerino Sarnese, legato ai clan e a sistemi di corruzione, allora come oggi. La mobilitazione di oggi è un lavoro di memoria che risponde a un bisogno di verità di cui la città ha ancora bisogno”.

Ci sono state critiche sul territorio: alcuni dicono che l’Auditorium dà un senso di cimitero. Perché è importante fare dei murales?
“È strano che a San Giovanni a Teduccio, di fronte al murales di Maradona, nessuno dica che sembri un cimitero, o che a Palermo, con il murales di Falcone e Borsellino, si parli di un cimitero. Loro, Torre e Tonino, non sono morti: sono vivi, vivi nella memoria e nell’impegno di chi vuole raccoglierne l’eredità. Dall’altra parte, rappresentano un monito in una città che è stata sciolta tre volte per infiltrazioni camorristiche e che, poche settimane fa, ha visto novanta arresti. La pervasività dei clan è tale da intrecciare affari regionali, nazionali e internazionali. Non parliamo di vicende chiuse, ma di contraddizioni ancora aperte. Giganti come Marcello Torre e Tonino Esposito Ferraioli non dovrebbero dare la sensazione del cimitero, ma piuttosto intimidire — non solo quando si fanno questi commenti, ma anche quando si cominciano a decidere le sorti della città come se fosse un piccolo cabotaggio”.
Hai parlato di San Giovanni a Teduccio, un luogo complicato. Perché allora pensare al murales alle spalle dell’Auditorium e non in zone difficili?
“Napoli è una città complessa: parliamo di un milione di abitanti, non paragonabile a una città di trentamila. È chiaro che andrebbe fatto un lavoro di rigenerazione, e Libera si impegnerà a farlo nei quartieri popolari — nel Bronx, nelle zone difficili, nelle palazzine, nei luoghi popolari. Parlare della città di Pagani non significa parlare solo del centro storico borghese e intellettuale, ma anche delle periferie, dove si trovano desertificazione e violenza, dove è presente la criminalità minorile. Quindi, che il murales campeggi alle spalle dell’Auditorium, accanto a uno dei padri della dottrina morale della Chiesa, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, secondo me, è un buon segnale”.
Ci sono stati blitz recenti che hanno nuovamente scosso la città di Pagani. Libera ha fatto questo: è bello che si faccia sentire la parte buona della città. Oltre a questo, cosa ha in programma Libera? Ci sono altri progetti per fronteggiare questa situazione sottoculturale, magari avvicinando i ragazzi che non hanno vie di uscita?
“Libera lavora quotidianamente nelle scuole con decine di volontari e cerca di promuovere il riuso dei beni confiscati. C’è anche un’importante attività di denuncia sulle vicende del fiume Sarno. Il murales di oggi ha un’eco mediatica forte, ma il lavoro di Libera va avanti da trent’anni e non si esaurisce in due murales. Spero che il segnale dato oggi, con il murales di Tonino e di Marcello, segni un primo momento di passaggio: come abbiamo detto dal palco, non è un evento isolato, ma diventerà una tradizione. Proprio come la rassegna culturale che la famiglia Torre organizza ogni anno nelle giornate in cui Marcello fu ucciso”.

