Il Garante per la protezione dei dati personali ha notificato a Rai – Radiotelevisione Italiana S.p.A. – una sanzione da 150mila euro per la diffusione dell’audio della telefonata privata tra Gennaro Sangiuliano e la moglie Federica Corsini, trasmesso da Report l’8 dicembre. Una decisione che, secondo l’Autorità, rappresenta una violazione del Codice della Privacy, del GDPR e delle regole deontologiche sul trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica. Contestualmente, è stato dichiarato infondato il reclamo del ministro nei confronti di altre testate coinvolte nella vicenda.
La denuncia di Ranucci: “Si vuole punire Report”
Durante una conferenza stampa al Parlamento Europeo di Strasburgo, il conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, ha denunciato un clima di pressione e attacchi politici: “Si sta armando il Garante della Privacy per punire Report e dare un segnale esemplare ad altre trasmissioni. Raccolgo solidarietà bipartisan, ma spesso ipocrita”.
La polemica rischia però di mettere in secondo piano un fatto gravissimo: il tentato attentato che ha coinvolto lo stesso Ranucci e sua figlia, episodio che ripropone il tema della sicurezza dei giornalisti investigativi.
Una libertà di stampa “vigilata”?
Il provvedimento dell’Autorità riaccende interrogativi e timori sul futuro del giornalismo d’inchiesta in Italia. La libertà di stampa — principio costituzionale — rischia di essere condizionata da poteri amministrativi e politici, in un clima di ostilità crescente verso chi rivela malaffare e corruzione.
Il giornalismo investigativo ha infatti il compito di accendere i riflettori su comportamenti illeciti della pubblica amministrazione e non può essere ridotto a un esercizio rischioso dove “chi tocca i fili muore”.
L’odio verso chi racconta la verità — come sottolineato da più parti — non nasce solo nelle piazze dei social o negli estremismi politici, ma anche nei palazzi del potere.
Le reazioni e i precedenti
Il Garante ha smentito con fermezza le accuse, definendo “gravissime” le dichiarazioni di Ranucci e ribadendo la propria totale indipendenza, riservandosi iniziative a tutela dell’istituzione.
Un contesto complesso, che si intreccia con altre vicende legate alla trasparenza dell’Autorità stessa: recenti inchieste, tra cui quella de Le Cronache, hanno sollevato dubbi sulla gestione di alcune dinamiche accademiche legate alla presidenza dell’istituzione.
Una battaglia che riguarda tutti
Il caso Report diventa così simbolo di una sfida più ampia: difendere chi racconta i fatti, chi indaga i poteri, chi porta alla luce ciò che altri vorrebbero restasse nell’ombra. Per questo — come sottolineano molti osservatori — non può esistere alcun “ma” nel sostegno al giornalismo libero. Oggi più che mai, la tutela di chi informa significa tutela della democrazia.

