La Procura, nella richiesta di amministrazione giudiziaria per la Società Sportiva Juve Stabia, ha ricostruito un quadro complesso e inquietante, che lega la storia del club stabiese alle influenze dei clan camorristici locali. Un intreccio che, secondo i magistrati, affonda le radici nel passato e continua a proiettare ombre anche sul presente.
Nel documento, i pubblici ministeri partono dal valore storico e sociale della società: «La Società Sportiva Juve Stabia rappresenta una delle realtà calcistiche più longeve e significative del Sud Italia», scrivono. Fondata nel 1907, la squadra ha attraversato oltre un secolo di storia calcistica, fino alle recenti stagioni in Serie C, passando per la prestigiosa promozione in Serie B nel 2011.
Ma, prosegue la Procura, questa importanza sportiva e identitaria avrebbe finito col diventare anche un mezzo di legittimazione per il potere criminale. «Sottolineare l’importanza della società – si legge nel provvedimento – non è mero esercizio di stile, ma serve ad evidenziare il lustro che il controllo della squadra riesce a conferire al clan camorristico, quando agli occhi dei cittadini — tifosi e non — gestisce la squadra».
Secondo quanto riportato dagli inquirenti, i legami tra la Juve Stabia e le organizzazioni criminali del territorio non sarebbero un fatto recente. Gli investigatori parlano infatti di «una continuità storica di figure societarie contigue o pronte alle logiche del clan D’Alessandro».
Nel dettaglio, vengono citati alcuni ex dirigenti del club: Domenico Raffone, consuocero di Luigi D’Alessandro, indicato come uno dei vertici dell’omonimo clan, che avrebbe ricoperto ruoli di vertice negli anni Ottanta. Poi Francesco Giglio, presidente tra il 2008 e il 2013, definito da diversi collaboratori di giustizia come «prestanome del clan D’Alessandro». Infine Francesco Manniello, alla guida della società per oltre dieci anni fino al 2020, che – secondo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Pasquale Rapicano – «pagava un congruo pizzo al clan, versandolo nelle mani di Sergio Mosca».
Lo stesso Francesco Giglio spiega con una nota attraverso i suoi legali: “Il sig. Francesco Giglio, già presidente della S.S. Juve Stabia S.r.l., precisa di non essere mai stato indagato né tantomeno condannato per fatti di contiguità o collaborazione con il clan D’Alessandro. Ogni riferimento a presunte relazioni con ambienti camorristici è del tutto privo di riscontro e gravemente diffamatorio”.
La Procura sottolinea che oggi la società è presieduta da Andrea Langella, ritenuto «estraneo alle logiche criminali». Tuttavia, gli inquirenti ritengono che l’influenza dei sodalizi malavitosi locali continui a condizionare la realtà societaria: «Le indagini consentono di affermare che la Juve Stabia appare fortemente condizionata dai sodalizi criminali della zona».
Un passaggio che, secondo fonti giudiziarie, spiega la richiesta di amministrazione giudiziaria come misura di tutela, volta non solo a proteggere la società e i suoi lavoratori, ma anche a restituire piena trasparenza a un patrimonio sportivo e civile di tutta Castellammare di Stabia.
L’obiettivo, insomma, è chiaro: separare definitivamente il nome e la storia della Juve Stabia da ogni possibile ombra criminale, per restituirle quella dignità sportiva e sociale che per troppi anni è stata, almeno secondo la magistratura, contaminata da interessi esterni al calcio.

