Dopo oltre tre anni di battaglie giudiziarie, si chiude con un verdetto definitivo la vicenda che ha coinvolto l’ex assessore comunale Fulvio Calì, tra i protagonisti indiretti dello scioglimento del Consiglio comunale di Castellammare nel febbraio 2022 per presunte infiltrazioni camorristiche.
Con una ordinanza della Suprema Corte di Cassazione, che ha dichiarato inammissibile il ricorso del Ministero dell’Interno e della Prefettura di Napoli, cala definitivamente il sipario su un lungo e complesso iter giudiziario. La decisione conferma le precedenti sentenze che avevano escluso ogni responsabilità diretta di Calì, ponendo così fine a un caso che – come lo stesso ex assessore ha sottolineato – “ha leso in maniera profonda l’onorabilità personale e istituzionale di chi ha sempre agito nel rispetto delle regole”.
La vicenda affonda le radici nel decreto di scioglimento del Comune di Castellammare di Stabia ai sensi dell’articolo 143 del Testo Unico Enti Locali, firmato nel febbraio 2022 durante l’amministrazione guidata da Gaetano Cimmino. Una misura motivata da presunte “forme di condizionamento della criminalità organizzata” all’interno dell’attività amministrativa. Tuttavia, secondo Calì, l’intera relazione ispettiva che aveva portato al provvedimento era «viziata da contenuti vaghi, contraddittori e privi di riscontro fattuale», con un impianto accusatorio «basato più su suggestioni che su prove concrete».
Il TAR del Lazio aveva inizialmente respinto il ricorso, basandosi – come evidenziato poi dai giudici di Palazzo Spada – sul principio del “più probabile che non”. Ma è stato il Consiglio di Stato, in un secondo momento, a ribaltare quella decisione, parlando apertamente di “genericità delle motivazioni e carenze istruttorie” nel decreto di scioglimento.
In parallelo, il Tribunale di Torre Annunziata aveva dichiarato Calì incandidabile, ma anche in quel caso la Corte d’Appello di Napoli aveva riconosciuto «l’assenza di qualsiasi nesso causale tra l’operato dell’assessore e i fatti che hanno portato allo scioglimento del Consiglio». La Cassazione, ora, chiude definitivamente la partita: la posizione di Calì è limpida, e non sussiste alcun motivo di incandidabilità.
“Si ristabilisce finalmente la verità dei fatti – ha dichiarato Calì –. È la fine di un calvario che ha pesato non solo sul piano personale, ma anche su quello istituzionale. La legalità e la trasparenza non possono essere piegate a logiche estranee al diritto”.

