Tra poco più di 24h l’Italia di Rino Gattuso affronterà l’Estonia nel girone di qualificazione ai prossimi Mondiali. Una sfida che va solo vinta per alimentare le possibilità di qualificazione diretta alla rassegna 2026 (appuntamento alle 18 per gufare Haaland e compagni) e che apparentemente sembra a senso unico. D’altronde è anche la storia a confermarlo: negli 8 precedenti, l’Italia ha sempre vinto, concedendo solo due reti ai baltici. Eppure, una di queste sfide è rimasta nella leggenda, non per il risultato, non per una giocata illuminante di Baggio, Del Piero o Totti, ma per un un singolo evento destinato a cristallizzarsi nella storia.
In un’epoca dominata da campioni assoluti, da Maradona a Van Basten, riuscire a restare nella memoria collettiva con una sola giocata, senza trofei, senza gol iconici, sembrava impossibile. E invece no. Perché c’è un nome che ancora oggi, tra i calciofili quarantenni, strappa un sorriso di nostalgia: Risto Kallaste.
Era il 7 aprile 1993, a Trieste. L’Italia di Arrigo Sacchi affrontava l’Estonia, neonata nazionale baltica appena uscita dal lungo inverno sovietico. In campo, da una parte Baggio, Maldini e Baresi; dall’altra un gruppo di semi-dilettanti provenienti dal Flora Tallinn. A un certo punto, minuto 68, succede qualcosa che nessuno ha mai visto prima: sulla rimessa laterale, poco dietro la linea di centrocampo, il terzino sinistro estone — chioma bionda, aria timida — prende una rincorsa lunghissima, afferra il pallone, fa una capriola completa e lancia la palla come una catapulta fino all’area italiana.
Silenzio, stupore, poi la voce divertita di Bruno Pizzul in telecronaca: “Rivediamola, per favore!”. Da quel momento nasce il mito.
La giocata non porterà a nulla, se non a un sorriso collettivo. Ma la “Saltoaut”, come viene chiamata in Estonia, diventerà il marchio di fabbrica di Risto Kallaste, un gesto studiato per anni nelle giovanili del Tallinna Lovid sotto la guida dell’allenatore Roman Ubakivi, lo stesso che poi siederà sulla panchina della nazionale. Una trovata tanto spettacolare quanto inutile, certo, ma destinata a entrare nella cultura pop del calcio.
Kallaste era un calciatore modesto, onesto, tutto corsa e dedizione. Dopo l’esperienza in patria, approdò in Danimarca, al Viborg, dove in una stagione segnò persino sette gol in 26 partite. Poi l’infortunio, tre anni di stop, il lento ritorno nelle serie minori e infine il ritiro. Oggi è un imprenditore, lontano dai riflettori. Ma la sua capriola — quella sì — continua a vivere.
Perché nel calcio delle rovesciate di Van Basten e delle magie di Zidane, c’è ancora spazio per la poesia di chi, anche solo per un istante, ha osato ribaltare la fisica di una rimessa laterale.
La rimessa di Risto Kallaste non servì a segnare, ma servì a ricordarci che il calcio non è solo gol e vittorie. È fantasia, coraggio, follia. È il gesto inutile che diventa eterno.

