di Marco Visconti
C’è qualcosa che non quadra in questa città tra significante e significato. Abbiamo la parola, la forma: “Auditorium”. Ma il contenuto, quello che dovrebbe rappresentare, non combacia. Per dirla con la Treccani, un auditorium è «ambiente destinato a conferenze, concerti, spettacoli o simili, in grado di accogliere un vasto pubblico». Eppure, qui da noi, il significato sembra essersi smarrito.
Già, perché nel 2024 gli uffici comunali hanno prodotto una determinazione che trasformerebbe formalmente l’aula in sala consiliare, questo però è stato fatto solo su carta. Una decisione, su carta, che ha il sapore di una conversione politica di uno spazio culturale, un riassetto che cambia la destinazione d’uso da luogo di espressione artistica a sede di espressione partitica, se proprio vogliamo sforzarci di dare un significato ideologico nei termini partitici locali, piuttosto che sintetizzarlo in un potpourri. In una città normale, un auditorium ha una funzione chiara: concerti, teatro, convegni culturali. Ma in questa città, si sa, le parole hanno più significati. La polisemia è una costante, e anche l’Auditorium diventa “polisemantico”. È polifunzionale per davvero, e nel senso più ampio: culturale a intermittenza, politico quando serve. Intanto, al piano terra, il teatro vero e proprio cigola, la cupola trasuda acqua, e l’unica certezza è l’incertezza: meglio stare nel mezzo, letteralmente, come molti consiglieri comunali, al primo piano dove ogni associazione che sa bussare alle giuste porte ottiene un patrocinio.
Ma cos’è, in fin dei conti, questa “sala polifunzionale”? C’è il mezzo busto di Torre, il quadro di Tommaso Maria Fusco, un’opera di Floriano Pepe. Figure rispettabilissime, certo. Ma viene il dubbio: serve davvero tutto questo simbolismo se manca una visione d’insieme? Se manca un significato coerente e condiviso? Serve il “significante” se poi il significato è quello di una stanza adattata a tutto, quindi svuotata di tutto? Poi arriva anche una raccolta firme, promossa da un cittadino che, forse, in ritardo si interroga sul valore culturale dell’auditorium e sulla sua progressiva trasformazione. Un segno che qualcuno si oppone al continuo slittamento semantico di uno spazio che, invece di valorizzare la cultura, finisce per diventare contenitore vuoto di molteplici funzioni, spesso incompatibili tra loro.

Ma dov’era prima l’aula consiliare? Diciamo che non era una corte itinerante come quella di Carlo Magno, ma aveva persino un luogo fisso: in via Pittoni. Lo spazio dedicato era a pochi passi dall’attuale suolo contaminato dell’ex Polivalenti e dalle giostrine di Felicetta Confessore, qui dove ci sono più macchine parcheggiate che bambini sugli scivoli. Proprio lì, prima della pandemia da Sars-Cov-2, c’era questo spazio dedicato. Poi l’amministrazione ha pensato a quel “significante” che prende il nome di Auditorium.

