Pagani/Nocera. Neonato muore a 5 giorni dalla nascita. Ginecologo accusato di omicidio colposo

Disposto il rinvio a giudizio per un medico ginecologo di 69 anni dell’Umberto I

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L’avrebbe fatta partorire in ritardo, generando indirettamente una sofferenza al bimbo, che morì dopo 5 giorni di terapia intensiva. Sarà processato per omicidio colposo. E’ quanto deciso dal gup Paolo Valiante, che giorni fa ha disposto il rinvio a giudizio per un medico ginecologo di 69 anni dell’Umberto I. Stando alla tesi della procura, avallata in pieno dal gup in udienza preliminare, il medico non avrebbe ricoverato d’urgenza una paziente, complicando ulteriormente le condizioni del feto che portava in grembo. La procura inquadra i fatti a partire dal 7 ottobre 2013, alle ore 03.00 circa. E’ in quel momento che una donna di Pagani, C.E. , in avanzato stato di gravidanza (33esima settimana) chiede al marito di andare in ospedale. Ha forti dolori al basso ventre. Una volta in reparto, viene visitata dal ginecologo di turno e da un’ostetrica. I dolori però aumentano e il medico decide di procedere ad un esame interno, a seguito del quale la donna comincia ad avere perdite di sangue. Nonostante le rassicurazioni del ginecologo, che attribuisce quelle perdite ematiche all’esame fatto poco prima, il marito della donna chiede se sia giunto il momento di partorire. Il medico 69enne, dopo aver diagnosticato quei dolori come conseguenza di una «colica renale», riferisce che è «ancora presto» per la nascita del figlio.

Per gli investigatori, il momento chiave di tutta l’indagine è questo. Convinto che la sofferenza della donna fosse dovuta ad un problema da risolvere in maniera chirurgica, il medico consigliò alla 37enne di recarsi in pronto soccorso. Aggiungendo, dopo più di una rassicurazione, di poter tornare a casa al termine della visita. Ma in pronto soccorso il medico di guardia si sarebbe rifiutato di visitare la donna, perché «incinta», consigliandole invece un antidolorifico se i dolori non fossero andati via. La coppia tornò a casa, ma nel giro di diverse ore, fu costretta a tornare all’Umberto I perché le perdite di sangue della donna, insieme ai dolori, non si erano arrestati. Erano le 08.30 circa. Mentre era in attesa di essere visitata in ginecologia, la paziente fu avvicinata da un altro medico che, vedendola sofferente e con un pallore bianco in volto, chiese ad un’ostetrica informazioni sul quadro clinico. Non convinto di quella «colica renale» che gli fu riferita, decise di visitarla. E’ in quell’istante che, da un monitoraggio effettuato sul feto, si scoprì che il cuore di quest’ultimo batteva molto lentamente. Della circostanza fu informato anche il precedente ginecologo. Per la donna, fu a quel punto disposto un immediato taglio cesareo. Poco prima, la paziente aveva cominciato a vomitare anche del liquido verde.

I medici riuscirono a far nascere il bimbo, ma le condizioni erano tali da ricoverarlo un secondo dopo presso la terapia intensiva. Stando alla cartella clinica, il bimbo ingerì «troppo liquido amniotico e sangue» poco prima di venire alla luce. Il 12 ottobre la donna fu dimessa. Il giorno dopo apprese la notizia del decesso del figlio, che non riuscì a salvarsi nonostante il ricovero nel reparto neonatale. Un minuto dopo, la madre denunciò tutto ai carabinieri, avviando di fatto l’apertura di un fascicolo di indagine nelle competenze del sostituto procuratore Giuseppe Cacciapuoti. Stando alla consulenza effettuata dal medico legale, la donna avrebbe subito il «distacco intempestivo di placenta». Il taglio cesareo che pure le fu praticato, sarebbe stato effettuato però con «evidente ritardo». Causando una «prolungata ipossia» e un «danno cerebrale irreversibile» al bimbo, che morì cinque giorni dopo essere nato. Per il medico ginecologo, il cui processo inizierà il prossimo 11 ottobre, l’errore fu commesso attraverso la consulenza eseguita nel momento in cui visitò la donna. Nei suoi confronti, l’accusa di omicidio colposo per «negligenza, imprudenza ed imperizia».