Lo sfogo de “Il fiume Sarno” attraverso la voce di Amalinze

0
396

Il nuovo brano fa parlare direttamente il corso d’acqua, uno dei più inquinati d’Europa.

Di Marco Visconti

Il fiume Sarno scorre attraverso le corde vocali di Francesco Nacchia, in arte Amalinze, in cui si snodano, tramite il suono teso da inchiesta e l’armonia di una tarantella, parole di dolore e rabbia per chi lo ha avvelenato. Il Sarno, soggetto divino per i Romani, viene depauperato dalla sua essenza tale da diventare claudicante e avere la stessa altezza dei comuni mortali. Il Sarno usa un linguaggio colorito così come sono contaminate le sue acque, dunque straripano sulle terre dell’Agro rabbia e dolore per “chi mette ‘a salute sotto ‘e guadagni”. Amalinze, ricercatore all’Orientale di Napoli e laureato in Lingue, evidenzia la natura che si ribella all’azione umana: il Sarno malato a causa di chi l’ha inquinato, è obbligato ad ammalare non solo chi inquina ma anche tutta la comunità dell’Agro Nocerino-Sarnese.

Francesco Nacchia (Amalinze).

Questa circolarità del dolore si stempera dai salti temporali, avvertiti attraverso le parole del cantante, tra il presente e il passato, tra l’attuale sfogo del Sarno e il ricordo nostalgico degli “iammarielli”, i gamberi d’acqua dolce i quali abitavano il fiume. Le parole del rapper diventano lame affilatissime per coloro i quali inquinano e, se credono di farla franca, da inquisitore afferma “chill ‘o sanno che fine fanno”, cioè si ammaleranno anche loro, perché si nutrono dei prodotti nutriti dal fiume ammalato.

Fontana Helvius su cui è rappresentato il dio Sarno. Sant’Egidio del Monte Albino, foto di Mimmo Benivento.

La canzone, seppur sommersa da rabbia e dolore, dà un senso di speranza rispetto alla solita predestinazione mediatica alla dannazione di quel fiume che porta il triste primato di uno dei più inquinati d’Europa. Si ode, nelle battute finali, il dolce suono del fiume Sarno attraverso le parole, che ritma il ritornello della canzone, di un canuto signore: zio Peppe. Il Sarno un tempo divinità è ora lo sfogo dissenterico delle fabbriche.