I racconti di Carmine Lanzieri Battaglia: “Un tempo era una festa”

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Sarà che sto invecchiando, e con l’avanzare degli anni avanza la nostalgia dei bei tempi di una volta, di quando la gioventù e la voglia di vivere erano gli unici “affanni” del quotidiano, ma io ricordo chiaramente che andare al cimitero nel “giorno dei morti “ sembrava veramente una festa.

È vero che il colore più diffuso era il nero, è vero che spesso, sedute sulle tombe, c’erano vedove o figlie inconsolabili (declino al femminile perché non ricordo volto maschile segnato da lacrime di disperazione), ma c’era un approccio diverso, più umano, di sentita partecipazione: si restava tutto il giorno nei pressi della tomba o del loculo, ci si organizzava con sedie pieghevoli e leggeri spuntini; e si chiacchierava, si riportavano alla luce aneddoti e ricordi, quasi fosse evidente, lapalissiano, che l’unico modo per non dimenticare i nostri cari è ricordarli.

Era una festa perché ogni marmo, di tomba o di loculo, era adornato di croci di fiori freschi o di luci, c’erano figure di santi ed il brusio continuo e mai fastidioso, proveniva dalle voci (ancora una volta al femminile) che declinavano senza sosta le preghiere e le litanie del Rosario alla Madonna.

C’erano gli alberi che stavano a guardare, cipressi o altro, curiosamente si piegavano sulle tombe e forse manco si accorgevano di donare nel contempo, fresco e refrigerio. Non c’era una foglia secca lungo i viali che erano ben tenuti e con i nomi dei santi ad indicarne, chiaramente e ben visibile, la toponomastica; ricordo frotte di bambini ed anziani che passeggiavano in sicurezza e senza paura.

Non so voi, ma io non ho memoria di fosse vuote, forse perché erano poche e protette, al contrario dei giorni nostri in cui sembra che il loro destino sia quello di discariche provvisorie (ma neanche tanto visto che ci sono fosse aperte da mesi) e ricettacolo di insetti ed animali di vario genere.

Non ricordo neanche la fretta di visitare tutti i defunti, amici e parenti, schematicamente così da poter “salutare” tutti i morti ed uscire (a riveder le stelle) quanto più velocemente possibile; in quel tempo il passo era lento, ci si fermava nei pressi delle sepolture e si salutavano tutti i presenti ed ognuno sentiva dentro se, l’impellente desiderio di fare altrettanto, il tempo scorreva piano e non c’era bisogno di aperture notturne perché si passava tutto il giorno nel cimitero.

Al camposanto s’andava a piedi, non c’era il traffico dei nostri tempi e le strade che ne delimitano i confini erano vuote di macchine e piene di gente, di fiorai improvvisati, venditori di ceri e lumini, e bancarelle di dolciumi e di castagne, chiaro segnale dell’incombente inverno. E poi giocattoli, tanti, di vario genere e di ogni prezzo, per i più piccoli ma anche per i grandi, perché, e sfido chiunque a dire il contrario, un tempo questa era una festa.