Nella mia strada, non molto lontano da dove vivo, tra le tante altre, c’è una casa un po’ particolare. È un cubo con un pezzo di giardino sul fronte ed un terrazzino al piano superiore. Una volta ci viveva una famiglia, poi vicissitudini di varia natura hanno fatto sì che restasse vuota per qualche anno, fino a che non è stata impegnata dalla ASL competente per istituire una casa famiglia.
Io ci passo spesso davanti, ma lo faccio quasi sempre in macchina, praticamente senza accorgermi di chi vive nell’edificio. Ma ogni tanto capita che io impegni la strada come pedone, senza essere costretto dalla guida a guardare avanti, senza la musica dello stereo nelle orecchie, senza la fretta di chi regge il mondo sulle spalle; così succede di notare delle figure che passeggiano piano tra le aiuole del giardino, sono maschi e femmine che spendono il loro tempo tra un pasto e l’altro, tra un medicinale e l’altro, tra un giorno e l’altro.
Non è facile indovinare i loro pensieri, so che qualcuno ai passanti chiede qualche spicciolo oppure la classica sigaretta, ma lo sguardo spento ed a volte fisso da sembrare assente, li rende quasi invisibili agli occhi altrui. Del resto chi se ne importa, noi esseri “normali” ci svegliamo ogni tanto e legiferiamo, tagliamo fondi oppure solleviamo la spada della lotta alla vergogna per l’esistenza di posti del genere, che hanno sostituito i manicomi, senza prevedere il recupero mentale di chi viene lasciato indietro dalla nostra corsa sfrenata verso il benessere.
Io so che ad Angri non c’è il mare, tantomeno dalle parti dove abito io: non c’è la spiaggia né un lido attrezzato, d’estate non c’è il traffico del rientro e non si sente l’odore ed il sapore del sale nell’aria, eppure quella casa sembra costruita in riva al mare, un mare fatto di ignoranza, di scarsa sensibilità, di indifferenza, di ignominiosa mancanza di rispetto nei riguardi di chi patisce un male.
Ognuno di noi, come goccia in questo mare, si muove per proprio conto, seguendo le correnti e le onde delle emozioni effimere che ci riempiono la testa e la pancia; l’anima ed il cuore, ormai non servono più, se non a San Valentino o sul letto di morte.
Stamattina, in una tregua della pioggerella sottile che la sta facendo da padrone, sul terrazzino al piano superiore, ho visto un giovanotto che, di fronte a tutti i residenti della casa, faceva ginnastica dolce invitandoli ad imitarlo; mi è parso bello godere di quella scena e dei sorrisi “affaticati” dei partecipanti, e li ho immaginati invitati ad una festa, testimoni di un concertino o della performance di un comico o di un attore, seduti in prima fila oppure nell’ultima (se hanno fatto tardi), ma uguali, tra di loro e tra di noi, perché il soffio della vita è presente in egual misura in ogni essere umano, aldilà delle categorie che il nostro “benpensare” ci impone di appartenere.

