È successo sicuramente ad ognuno di noi di rivolgersi ad un interlocutore con uno dei seguenti appellativi: scemo, figlio di scemo, mongoloide, idiota, handicappato.
Il più delle volte capita inconsapevolmente, perché sono espressioni ormai parte del linguaggio comune al punto che neanche ce ne accorgiamo di star offendendo non solo chi ci sta di fronte, ma più ancora feriamo chi subisce in prima persona le difficoltà di appartenere ad una delle categorie chiamate in causa per “dispregiare” il malcapitato che abbiamo sotto tiro.
Nelle conversazioni giornaliere nominiamo fatti e persone che fanno parte della nostra vita più o meno marginalmente sia che essi sono presenti oppure no, ed allora con “Sempronio” facciamo una pezza “Tizio” e poi con “Tizio” facciamo una pezza “Sempronio”; ovviamente quando “Tizio e Sempronio” sono insieme, a loro volta faranno a pezzi “noi”.
È la ruota della vita che gira per tutti. La cosa veramente odiosa di questo modo di fare sta nel fatto che agiamo con molta leggerezza, non ci rendiamo neanche conto che queste parole non “volano via” come sosteneva il senatore romano Caio Tito nella celebre locuzione latina, queste parole restano spesse volte scolpite nell’anima di chi le subisce magari senza averne neanche colpa, è per questo che bisognerebbe “pesare” per bene ciò che diciamo durante le nostre conversazioni, per rispetto degli altri ma anche e soprattutto di noi stessi: il rispetto è un boomerang, se lo spargiamo intorno a noi non può non tornare a noi.
Ed allora i nostri rappresentanti scrivono leggi, nella speranza che la pena minacciata nel testo possa in qualche modo dissuaderci dall’offendere, dal calpestare, dal deridere chi all’apparenza è diverso da noi. Ma forse sono solo forzature, nulla possono leggi, articoli, codici, regolamenti contro l’uso comune dell’offesa gratuita; del resto basta guardare quello che sta succedendo al Decreto “Zan”: sono ormai sei mesi ed oltre che rimbalza da una camera all’altra, passando per commissioni varie, argomento di comizi e di arringhe da tribunale, eppure ancora non si trova la “quadra”, i nostri rappresentanti non riescono a raggiungere un accordo.
Ma un accordo su cosa? Sul fatto che dare del “frocio” del “ricchione” oppure “puttana” o altri appellativi del genere è contro la legge?
No, assolutamente non sono d’accordo, in realtà tutto ciò è contro l’umanità insita in ognuno di noi. Certe volte la nostra ignoranza, la nostra piccolezza mentale ci fa dimenticare che la vera ricchezza della razza umana sta tutta nella diversità che ci unisce e che ci fa crescere.
E non servono le leggi, quelle ormai sono obsolete, scoccia di leggerle e di ragionarci sopra, come ogni cosa scritta, le leggi volano nel vento, non hanno spessore, pesano al punto da diventare inconsistenti.
Le parole no, quelle restano, pungono, feriscono, penetrano e restano, nel cuore, negli occhi, nell’anima di chi le ascolta e di chi le dice, e come macigni ci affossano, lasciandoci marcire come morti in attesa di una resurrezione che non addiverrà mai.

