Mi ricordo ancora il primo televisore che portò a casa mia un rivenditore, era marca Imperial, forse una trentina di pollici e con un tubo catodico così grosso da fare invidia.
Era abitudine del tempo, difenderlo dalla polvere con una sorta di “sipario”; una volta acceso l’elettrodomestico, per poterne ammirare le sfumature del bianco e nero, i due lati della copertura di stoffa venivano sistemati sulla parte superiore del televisore tenuti fermi da un soprammobile: mia mamma aveva una gondola munita di gondoliere, coppia di innamorati e lucine colorate che, per non consumare corrente, non venivano mai accese.
Il ricordo più vivo che ho del mio primo televisore è legato alle cosiddette “mattinate” estive quando, orfano della scuola, spendevo un paio d’ore rapito da film d’avventura trasmessi in occasione delle più importanti fiere nazionali; e quindi per una settimana si godevano lungometraggi offerti dalla “Fiera d’Oltremare” o dalla “Fiera del Levante” oppure dalla “Campionaria” di Milano o di Torino.
A dire il vero ho anche un “non ricordo” dei film che i canali nazionali passavano nel prime-time serale, che a quel tempo non sforava mai le 20,45 appena dopo il Carosello. Perché un “non ricordo”? beh, raramente avevo posto davanti allo schermo la sera, un poco per l’ora tarda e un poco perché mi erano preclusi i contenuti diciamo spinti dei film (dove per spinto mi riferisco a qualche bacio, una minigonna che ostentava le gambe, un accenno di seno o addirittura ad un linguaggio leggermente esplicito).
Aprimmo le porte alla TV nei primi anni settanta, non sono sicuro dell’anno, ma so per certo quello che mi sono perso in diretta: ad esempio l’allunaggio o la finale di coppa del mondo del 1970, eventi che hanno segnato la storia e che ho potuto ammirare solo anni dopo, quando ne hanno fatto repliche.
Delle successive missioni spaziali, che venivano annunciate a gran voce dal telegiornale, fossero esse americane o sovietiche, mi è rimasto una specie di vuoto, come una mancanza, un desiderio irrealizzato. Il tutto è legato alle mie “avventure nello spazio”, perché quando venivo a conoscenza di nuovi lanci, Apollo o Sojuz, immancabilmente spendevo parte del mio tempo a guardare il cielo, speravo di indovinare la scia che avrebbero lasciato le navicelle in allontanamento dalla terra o al successivo rientro. Ricordo di serate spese a guadagnarmi il primo torcicollo mentre fissando la luna, speravo di vedere una macchia di luce in avvicinamento, e certe volte mi convincevo veramente di aver visto ciò che non era visibile.
Del resto sono cresciuto con Jules Verne, Robert Luis Stevenson, Charles Dickens, Emilio Salgari, sarà anche colpa loro se non ho mai smesso di sognare e di immaginare e di desiderare. Mi è tornato in mente tutto questo imbroglio di ricordi, perché è di questi giorni un anniversario non di secondaria importanza: i 60 anni da quando il primo uomo venne lanciato nello spazio compiendo un’orbita intorno alla terra, ed è sua la più bella descrizione del nostro pianeta: “La Terra è blu”. Io non ero ancora nato quando questo signore divenne un eroe ed avevo pochi anni quando morì in un incidente durante un volo di addestramento. Non mi resta che continuare a guardare il cielo, sperando in quella scia di luce che lasciano i sogni ed i desideri, che lasciano la terra per raggiungere la luna.
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