Come è giusto che sia, ognuno ha una sua opinione su tutto; spesso il nostro modo di pensare converge decisamente con quello di altri, altrettanto spesso diverge tremendamente.
Nulla da obiettare, è la forza dell’omogeneizzazione delle informazioni e delle idee che sta letteralmente surclassando la libertà di pensiero. Già, noi siamo fermamente convinti di avere idee ed opinioni nostre, ma se per un attimo ci fermassimo potremmo facilmente renderci conto che non è così: il nostro modo di pensare e di agire è universalmente “pilotato” da chi sa usare meglio i mezzi di informazione, i cosiddetti “mass media”.
Ad esempio, se una volta per “prevedere” il tempo meteorologico ci si affidava alle nubi sulle montagne, al colore del cielo al tramonto o semplicemente ai detti tramandati di padre in figlio, ed ognuno di conseguenza aveva un suo personalissimo “che tempo fa”; oggi si apre una app sul cellulare e tutti abbiamo lo stesso risultato: giusta o sbagliata che sia, la previsione sarà uguale per tutti e nulla o nessuno potrà mai dubitare della bontà di questa informazione.
Viene lecito pensare a questo punto che se viene pubblicato sull’app meteo che domani nella zona “tot” piove, nessuno lo metterà in dubbio, anzi semmai ci fosse un dissidente, guai a lui, diventerebbe subito il disinformato, l’ignorante, quello non al passo con i tempi. Succede lo stesso con le informazioni serie, con le decisioni prese, con le previsioni sull’economia, le prospettive future, le scelte fatte (ovviamente) nell’interesse di tutti.
Ma chi si ferma perdendosi a pensare, si può accorgere che non è così che dovrebbe funzionare; la standardizzazione e l’appiattimento mentale di chi prende decisioni, nel tentativo di semplificare la vita della maggior parte della gente, non fa altro che rendere ancora più difficile la vita di quelli che “sfuggono” alle maglie della normalizzazione economica e commerciale.
Esempio: sono mesi ormai che alcune attività commerciali hanno la serranda abbassata a causa delle restrizioni conseguenti alla emergenza sanitaria che stiamo vivendo sulla nostra pelle, sono quegli esercenti che svolgono attività non essenziali e che quindi, dal punto di vista del legislatore (pressato particolarmente da chi gestisce l’emergenza sanitaria), possono, anzi debbono, restare chiuse per evitare inutili assembramenti.
E quindi palestre, scuole di ballo, centri sportivi non agonistici, estetisti, sale gioco e scommesse, restano al palo, attendono che la situazione globale si normalizzi e nel frattempo vivacchiano con le scarse risorse che lo stato mette a loro disposizione. Ma, se nel frattempo si riscontrano capannelli di persone lungo le strade del passeggio, se davanti ai negozi si formano file in attesa di entrare, se nelle aree mercatali tocca prendere il numeretto per essere serviti ai banchi, se nei centri commerciali è tornato difficile trovare parcheggio, mi spiegate il senso di certe chiusure cosi forzatamente radicali?
È l’etica di Ponzio Pilato: il legislatore, l’amministratore, il sindaco, il ministro, l’assessore, insomma chi deve “subire” la responsabilità di fare delle scelte, ed è stato scelto proprio per fare questo, decide per il male minore, e se ne lava le mani, affondandole nell’acqua della “bacinella dell’opinione pubblica”; scarica il peso delle sue decisioni sul bene comune e si asciuga le mani con la “tovaglietta del consenso popolare”.
E se qualcuno viene “crocifisso” pur non avendo alcuna colpa per quei chiodi alle mani ed ai piedi, fa niente: del resto anche Gesù ha subito la stessa sorte appeso alla croce tra due ladroni; uno su tre è una media accettabile di errore, poco importa se a pagare saranno i figli e le famiglie di quegli operatori commerciali che hanno “perso il diritto” di alzare la saracinesca al mattino, dovranno ristorarsi con i decreti “ristori”, evitando accuratamente pizzerie e ristoranti.

