“Lello poteva salvarsi”. Ieri l’ultimo saluto al 37enne scafatese

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«Raffaele poteva salvarsi. Per quattro ore nessuno gli ha prescritto la giusta terapia». Lo sostiene il consulente medico della famiglia, nominato dall’avvocato Vittorio D’Alessandro, al termine dell’autopsia sul corpo del 37enne. Nella stessa giornata, Scafati rivolge l’ultimo saluto presso la chiesa di S. Pietro al giovane 37enne, ma dall’altra apprende le prime parziali notizie sull’esame autoptico svolto nel pomeriggio. Il ragionamento del perito di parte, Antonio Sorrentino, è chiaro: «La situazione era in parte compromessa, ma anche evidente. La diagnosi si sarebbe potuta individuare in tempo, agendo di conseguenza con la giusta terapia». La considerazione della difesa è anche il frutto del risultato delle analisi giunte poco dopo le 14.00 (Raffaele morirà due ore dopo). Forse «una dialisi» avrebbe potuto fronteggiare l’insufficienza renale sopraggiunta nel pomeriggio. E invece il giovane sarebbe rimasto su di un lettino, con una «semplice flebo attaccata al braccio» per quattro ore, senza che nessuno gli prescrivesse la giusta terapia.

Non si sbilancia invece il medico legale Giovanni Zotti, che parla dell’esistenza di una patologia in Raffaele, l’epatopatia (che di solito compromette la funzionalità del tessuto epatico, ndr), ma aggiunge che bisognerà attendere ulteriormente per conoscere anche il risultato degli esami tossicologici e valutare, in ultimo, il grado di assistenza medica prestata al ragazzo. Nella drammatica vicenda che ha commosso l’intera città di Scafati, vi è da giorni l’attenzione della procura, con l’iscrizione nel registro degli indagati di due medici del pronto soccorso dell’Umberto I di Nocera Inferiore. Raffaele morì sabato pomeriggio, dopo 5 ore diviso tra pronto soccorso e shock room, a causa di un blocco epato-renale. La famiglia ha denunciato l’assenza di cure adeguate e un approccio blando e superficiale dei medici che lo avrebbero assistito.

Nicola Sorrentino