L’editoriale – I Racconti di Carmine Lanzieri Battaglia, “CAPRONI E CANI DA PASTORE”

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Potrebbe sembrare un paragone azzardato, ma guidare un’amministrazione cittadina, non è altro che accompagnare un “gregge” verso l’orizzonte. Certo che “tirare la volata” a migliaia di famiglie in tempi ordinari, richiede sicuramente competenza e dedizione non comuni e non facilmente riscontrabili in tutti gli amministratori, ma con una buona dose di caparbietà, si può abbastanza tranquillamente traghettare una comunità da un capo all’altro della consiliatura. Del resto è abbastanza comune notare quei “caproni” di amministratori che a capo chino, senza dare quasi udienza al proprio “gregge” tirano dritto per la loro strada, avendo come unico riferimento altri “caproni” magari alla guida di ben più ampi “greggi”.

Al caprone, convinto di essere in quel posto per grazia ricevuta, non interessa molto quello che succede nel gregge, a lui importa di “guidarlo” da un pascolo all’altro, seguendo sempre la stessa strada anche a costo di brucare sempre la stessa erba, negli stessi posti, con le stesse gerarchie, così al solito, ci saranno capre che si ciberanno a sazietà ed altre che dovranno, restando escluse in fondo al gregge, accontentarsi dell’erba calpestata, lasciata da chi si è servito come sempre prima di tutti, scartandola tra i rifiuti organici di chi sta davanti.

E poco importa, se qualche capra dovesse rimanere indietro e perdersi nel bosco, il caprone seguirà sempre lo stesso sentiero, consultandosi (per modo di dire) con altri caproni come lui, degni della sua attenzione solo perché nei momenti di bisogno, lui se li vuole ritrovare dalla sua parte e che comunque non gli daranno mai torto, interessati solo al loro potere ed alla loro posizione elitaria all’interno del gregge. Finché la strada sarà dritta, finché non ci saranno ostacoli da superare, finché non ci saranno attacchi da branchi di lupi, finché tutto filerà liscio, il caprone potrà mantenere la sua guida senza neanche farsi notare tanto, mandando sempre allo scoperto i suoi “luogotenenti”, degni accoliti affamati di notorietà. Ma putacaso qualcosa dovesse andare storto, il caprone si vedrà costretto a mostrare i muscoli, magari salire su di una rupe e da li, quasi fosse un pulpito (anzi senza forse), lanciare strali ed anatemi, minacciare scomuniche e fiamme infernali verso chi, malcapitato essere “diversamente pensante”, dovesse differire dal suo modo di vedere le cose; e, facile profeta, vaticinare di orribili disgrazie ed imminenti fini del mondo, alla stregua del veggente di “Non ci resta che piangere”, consapevole che se tutto dovesse andare male, lui lo avrebbe detto, e se invece dovesse andare tutto bene allora il merito sarebbe suo e della sua illuminata guida da caprone. Un gregge “guidato” da un caprone, resterà sempre un gregge.

Ben diverso è il modo di fare del “cane da pastore”. Il cane da pastore ha ricevuto un addestramento, gli è stato indicato che il bene comune equivale al bene supremo, infatti lui non lascerebbe mai indietro una capra del suo gregge, lui non impone la strada, lui invita e sceglie sempre il sentiero più consono ed adeguato al traguardo da raggiungere. Il cane da pastore non si ritira mai se non ha tutte le capre nell’ovile, non si ciba mai se prima tutte le capre non hanno saziato la loro fame, non ha bisogno di mostrare i muscoli, lui “parla” con il suo gregge, non urla o strepita o minaccia, lui “abbaiando” le parole giuste, lascia che le capre capiscano e non subiscano i suoi ragionamenti. Il cane da pastore sa di dover dare conto al pastore del suo gregge e mai abbasserebbe lo sguardo se sa di aver fatto un buon lavoro: il cane da pastore guaisce di dolore genuino solo quando si rende conto di aver fallito, malgrado tutti gli sforzi per portare a termine il suo compito primario. Il cane da pastore ama il suo gregge e lo vive come fosse veramente la sua famiglia ed il suo unico bene. Il mondo è pieno di capre e, purtroppo, di caproni.

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