
La lettera di Beatrice Paternoster, professoressa ordinaria di matematica presso il Dipartimento di Matematica dell’Università degli Studi di Salerno, scritta per #Unisanonsiferma e che ha voluto dedicare agli studenti per raccontare l’esperienza della Didattica a Distanza dal punto di vista dei professori.
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«Sono una docente di Matematica dell’Università di Salerno. Vorrei condividere la mia esperienza relativa alla didattica online.
L’Ateneo e tutto il personale si sta impegnando a garantire il buon funzionamento delle strutture, e quindi anche le lezioni a distanza e gli esami. E di questo vorrei parlare: degli esami online.
Per lo studente l’esame è sempre un momento carico di tensione. Fare l’esame in presenza mi ha sempre consentito di “capire” meglio se e quanto lo studente abbia studiato, poter cogliere il suo stato d’animo. Faccio questo lavoro da 34 anni, ho maturato un po’ di esperienza. E poi mi aiuta anche una personale sensibilità.
Ma questi esami online mi mettono a disagio. Io entro nelle loro case e mi sembra di violare la loro privacy. Le linee guida dell’Ateneo ci dicono giustamente che, per poter sostenere l’esame orale, gli studenti devono essere muniti di webcam e ovviamente di connessione. Devono mostrarci un documento per essere identificati, e devono mostrarci la stanza in cui si trovano, per rendere evidente che sono soli nella stanza. E’ giusto: l’esame è un momento “ufficiale” della loro vita accademica, e concorrerà a far maturare i crediti per conseguire la laurea. Tutto deve essere fatto nel rispetto delle regole. E quindi io “entro” a casa loro, con un certo imbarazzo. Entro nelle loro camere. Sono camere arredate con semplicità, camerette ancora di ragazzini, spesso in condivisione con altri.
Mi colpisce il fatto che sono tutte in ordine; evidentemente qualche mano accorta, la mamma o loro stessi, ha provveduto a riordinare prima dell’esame. Non è normale che una camera di giovane sia così linda e in ordine. Vedo i poster che hanno alla parete, e so quali sono i gruppi musicali che amano, o la squadra per cui tifano, vedo i loro peluche portafortuna. Nelle camere delle ragazze a volte ci sono ancora le bambole, oppure le foto della Prima Comunione alla parete. A volte c’è una giacca appesa ad una gruccia. Mi fanno una tenerezza questi ragazzi che frequentano una università pubblica del sud, e sono ancora a casa dei genitori. Ed io invado con disagio i loro spazi.
La connessione è spesso lenta, li sento a tratti. Uno studente particolarmente ansioso mi chiede continuamente: “Professoressa, ma lei mi sta sentendo?”. A volte davvero non riesco a sentirlo e devo chiedergli di ripetere, ma spesso lui non mi sente semplicemente perché io sto zitta, lo sto ascoltando.
Durante un esame di matematica capita di dover scrivere qualcosa, qualche formula, una funzione matematica; quindi lui ha posizionato il cellulare alla parete, attaccato ad una ventosa, per darmi modo di verificare che la formula che poi mi mostrerà sul foglio è stata davvero scritta da lui. Ma la ventosa si stacca spesso, e diventa tutto buio, e lui deve correre a riposizionarla.
Io sono calma, quasi affettuosa, davvero sono dispiaciuta per le loro difficoltà. Riconosco molti di loro, hanno seguito il corso al primo semestre, prima che questo maledetto virus ci isolasse e facesse emergere i problemi legati alle disuguaglianze.
A esame terminato, dopo aver registrato il voto, per “umanizzare” la situazione, a quelli che riconosco chiedo qualcosa. Ad esempio, ad uno che ha il poster della Juve alla parete, faccio notare che gli ho fatto comunque superare l’esame, proprio io che vivo in una famiglia di sfegatati tifosi del Napoli (i miei figli hanno fatto anche gli steward al S. Paolo, ma non sono diventati ministro). E lui mi giura che quella è la stanza di suo fratello e che lui tifa Napoli.
Un altro ha sul comodino alcune coppe, e gli chiedo che sport pratica. E lui mi risponde che sono le coppe del torneo di bocce del padre, che ora non c’è più, ed anche di un torneo di pallacanestro perché il padre allenava una squadra di giovani, e mi vengono le lacrime agli occhi. Un altro ancora ha una lavagna alle spalle, perché si è sistemato nella stanza di sua madre (insegnante forse), perché la sua camera è occupata da suo fratello.
Alla fine di tutto questo, ci sarà motivo per riflettere. Maledetto virus! Mi ha costretto ad invadere gli spazi dei miei studenti. Sono stata costretta a farlo per consentire loro di poter sostenere l’esame. Ed ora forse li conosco meglio».
