La Giustizia ai tempi del coronavirus. E oltre.

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Piercamillo Davigo, pm di Mani Pulite e oggi membro del CSM ha manifestato la sua opinione. Il modello del processo penale “da remoto” gli sta bene e auspica che da eccezione dell’emergenza diventi la regola. Tutti i processi a suo parere dovrebbero dunque celebrarsi così, con il giudice nel suo Palazzo e gli imputati e gli avvocati da un’altra parte (a casa loro, in carcere o in commissariato). Tutti indistintamente davanti a un computer.

Questa esternazione devo proprio dire che me la aspettavo. Escludere tutti. Amministrare Giustizia da soli e senza che nessuno, anche solo con la sua presenza, disturbi i manovratori, è una tentazione che una parte della magistratura coltiva da tempo. Trasformare i tribunali in presidi inespugnabili. Allontanare ancora di più la Giustizia dalla Società civile per evitare qualunque contaminazione e qualsiasi forma di controllo della stampa e dell’opinione pubblica evidentemente piace a chi ha sempre ritenuto di essere infallibile o quasi. La pubblicità del dibattimento, il contraddittorio, il rapporto diretto e “frontale” tra giudice e imputato sono però valori che costituiscono parte integrante e irrinunciabile del “.giusto processo” di cui parla l’art. 111 della Costituzione. E l’impressione che ho avuto in queste settimane, impegnato a difendere ai tempi del Coronavirus, è stata tristissima. Palazzi di giustizia blindati, interrogatori a distanza, contatti solo telefonici con cancellieri, pubblici ministeri e giudici. Uno snaturamento dei fondamentali principi liberali e democratici che espone anche al rischio di tante nuove ingiustizie. Tanto che sorge spontaneo chiedersi se con un processo così strutturato sarebbe mai stato possibile in vicende delicate (penso al caso Manuella e alla morte di Stefano Cucchi) portare a casa pezzi importanti di verità. Confesso che in questi lunghi giorni mi è mancata la tanta gente che incontravo in Tribunale. Mi sono mancati persino quei pm e quei giudici con cui la penso diametralmente in modo diverso. Mi è mancata soprattutto la gente vera che frequenta i corridoi, le cancellerie e le aule. Che parla, si confronta, cerca e chiede Giustizia. Mi sono mancati i miei amici avvocati, i cronisti. Ognuno con la sua importante storia da raccontare. Le proprie esperienze e i propri dubbi. Mi sono mancati quegli incontri e confronti da cui nasce l’affinamento delle idee e l’arricchimento dei contenuti. L’amica avvocata che mi parla di cinema e dell’ultimo libro che ha letto, l’avvocato che è stato mio studente o praticante che mi chiede magari un parere o un consiglio. Mi è mancata la trama delle relazioni umane che è alla radice del progresso democratico di ciascuno di noi e della società in cui viviamo. Mi è mancata la farina con cui è impastata la Costituzione che portiamo dentro di noi nei suoi fondamentali valori di Libertà, Uguaglianza, Giustizia e Solidarietà. Sono convinto che questa è la complessiva cornice di vita, garanzie e democrazia che deve circondare una funzione così delicata e fondamentale come l’esercizio della giurisdizione penale.

Patrizio Rovelli
Avvocato – Presidente OPG osservatorio per la Giustizia

DISCLAIMER

Quanto sopra pubblicato è espressione della libertà di manifestazione del pensiero e di critica di Patrizio Rovelli, nato a Napoli il 13 febbraio 1952, Avvocato, Docente e Ricarcatore Universitario di Diritto Processuale penale, Presidente della Associazione denominata OPG osservatorio per la Giustizia. Con la presente dichiarazione lo stesso Autore libera Facebook da qualunque responsabilità penale, civile o patrimoniale per le frasi, le valutazioni e le opinioni in esso riportate.