E’ un lunedì dell’inizio di marzo di un inverno particolarmente secco, in cui le giornate di sole si sono susseguite con andamento persistente e piacevole. C’è nell’aria, oramai vicina alla transizione equinoziale, un guizzo di straniamento, che riverbera immediato negli occhi dei ragazzi. Sono le 8:10 e abbiamo appena terminato le pratiche consuete di bootstrap dopo una settimana di pausa per la celebrazione del Carnevale e per una inattesa sanificazione degli ambienti scolastici resasi opportuna per l’insorgere della temuta diffusione di Covid-19 in Italia. Fino a qualche giorno fa ne parlavamo come di una minaccia terrifica e remota, alcuni di noi esecravano le prassi igieniche stravaganti dei cinesi, altri si sentivano protetti, giacché il governo italiano aveva troncato i collegamenti aerei diretti per la Cina.
Nessuno immaginava quello che stava per succedere.
In quel fine settimana, in cui era caduto anche il bisesto, avevano cominciato a palesarsi in Italia i primi sintomi del tracollo e in qualche zona riposta della mia coscienza trilli d’allarme: urgeva una strategia di emergenza, per rimanere in contatto con i miei alunni in caso di lockdown come quello imposto a Wuhan.
Ecco perché, questa mattina mi sento vulnerabile davanti a quegli sguardi, alcuni satinati, che implorano rassicurazioni, altri velati di sonno, nostalgici della settimana di inattività appena finita. Non riesco a fingere sicurezza ma sorrido e dico: “Mi fa piacere vedervi ragazzi, non è scontato oggi”. “Vero prof, sta succedendo qualcosa di assurdo, non ci sentiamo tranquilli…”.
Riprendo, più emozionata di prima. “Siamo tornati, ma sono convinta che tra pochissimi giorni chiuderanno le scuole. Qualcosa sta sfuggendo dal controllo e ogni cautela sarà necessaria per la salute nostra e di chi ci vive accanto. Non sappiamo nulla di quando e per quanto tempo, ma abbiamo la possibilità, ora che siamo insieme, di scaricare qualche app che ci permetterà di fare lezione anche quando non potremo esserci. In passato abbiamo usato Edmodo, ora però credo che ci sia qualcosa di più pratico. Qui a scuola, da anni, siamo inseriti in GSuite e così potremo sfruttare anche altre app della “famiglia”. Per ora quindi, scaricate qualche app. Non si sa mai”.
In pochi minuti siamo pronti e cominciamo a fare qualche prova. Sembra facile e intuitivo. Ci rassicuriamo malinconicamente con una battuta e una risata generale un po’ tesa.
Tre giorni dopo il tuffo nella surrealtà: sprofondiamo bruscamente, come la Alice di Carroll, in un spazio dalla topologia sconosciuta e deformante. Hanno chiuso le scuole, notizie di crescita di contagi, di sovraffollamento di ospedali e di vittime, di crollo delle borse turbano bruscamente la nostra serenità.
Scrivo ai ragazzi su Whatsapp, li convoco per provare la piattaforma di teleconferenza. Mi rispondono, ci vediamo. Sembrano contenti di potersi riunire virtualmente. Mi pongono mille domande, sono dispiaciuti perché salteranno tutti i progetti cui stavamo collaborando e perché sono cancellate tutte le gite, le gare e le feste. Vivono con istintiva e ingenua apprensione questa escalation dei contagi.
Qualcuno di loro, di solito pigro e lontano dal dialogo didattico, ha scritto messaggi di mancanza ai compagni e ai docenti. Qualcuno chiede come saranno organizzate le lezioni, le verifiche, i voti. Qualcuno si nasconde dietro la webcam, ancora in pigiama e tra le coperte. Qualcuno chiede se potrà avere un tablet, perché in famiglia sono in tre ad avere lezioni da seguire e il PC è uno solo. Ma sono tutti affascinati da questa connessione, una delle poche forme di continuità delle consuetudini in cui sono cresciuti. Qualcosa che ci dà carica e ritmo e ci induce a conservare la nostra lucidità sociale, nel distanziamento. Nell’isolamento. Dietro una webcam e a uno schermo, in cui portiamo ancora intatti i segni della nostra stupenda e unica capacità espressiva umana che ci fa compagnia e ci ancora alla realtà, ci aiuta a gestire l’overflow di novità, in questi giorni in cui ci diventano consuete parole, locuzioni, tag e acronimi come pandemia, zona rossa, DPCM, DaD, RSA, plateau, #iorestoacasa, #andràtuttobene. In queste ore da incubo in cui immagini di cumuli di bare si sovrappongono ai disegni di arcobaleni e schiere di eroi con le divise da infermieri ci crollano davanti e ci rivelano un aspetto sconosciuto della vita difficile da accettare, ancor più nella clausura e nell’isolamento che stiamo vivendo. Gli affetti veri, la cura dello spirito e l’amore per il sapere sono i compagni più preziosi di fronte a queste prove. Questo è il messaggio che vorrei trasmettere agli studenti/giovani/figli, che sono il nostro futuro e ai quali dedichiamo il nostro tempo e i nostri pensieri più pieni di speranza.
“Voi cara prof state aiutando i nostri figli, chiusi nelle loro camerette, a sentirsi meno soli, meno disorientati e meno spaventati”. E’ il messaggio spontaneo di una mamma che annichilisce con poche parole tutte le discettazioni sulla validità metodologica e pedagogica della didattica a distanza. Il tempo delle riflessioni verrà quando ci saremo lasciati alle spalle la crisi e scopriremo che, come sempre, i rischi non sono nello strumento, ma nell’uso che se ne fa. Per ora mi basta questo laptop per vedere, quando al mattino aziono la webcam, occhi che si illuminano di sorpresa. Ascolto le loro voci e penso: “Non proprio tutto, ma almeno qualcosa andrà bene!”.
MARIA ROSARIA DEL SORBO

