27 aprile 1937, in morte di Gramsci, padre della patria, il vero intellettuale del Novecento

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All’alba del 27 aprile del 1937, appena quarantaseienne Antonio Gramsci morì.
Quarto di sette figli, Antonio – Nino, come era chiamato in famiglia – era nato ad Ales, in provincia di Cagliari, il 22 gennaio del 1891. In quel periodo era in corso la guerra di Spagna; Gramsci, malato, era in libertà condizionale, piantonato e sorvegliato.

Trasferito alla clinica di Roma grazie ai reiterati solleciti della cognata Tatiana che lo assisteva senza sosta, riceve solo le assidue visite del fratello Carlo e quelle periodiche di Sraffa (antifacista torinese vicino ai comunisti di Ordine Nuovo). La moglie, Giulia Schucht – sofferente per via di alcune malattie nervose – non andava a trovarlo, forse perché il viaggio era troppo pesante, ma la sua assenza era motivo di forte sofferenza per Gramsci:

Un teorico della politica, ma soprattutto un politico pratico, cioè un combattente”, come affermò Palmiro Togliatti al Convegno di studi gramsciani del 1958.”Fino a che fu libero di agire, fu fondamentalmente un giornalista, un agitatore e organizzatore politico; ma negli anni trascorsi in carcere accumulò un’ingente mole di scritti che, pubblicati dopo la sua morte, rivelarono i lineamenti di un pensiero originale e sistematico, che fa di lui un classico del Novecento: uno dei più tradotti, letti e studiati in tutto il mondo”.

Il cadavere fu cremato il 5 maggio. I giornali italiani dell’epoca dedicarono poche righe alla sua morte: “É morto nella clinica privata Quisisana di Roma, dove era ricoverato da molto tempo, l’ex deputato comunista Gramsci“. Ma l’eco all’estero, sui giornali democratici d’Europa e in America, nella stampa comunista e antifascista, sarà grandissima.

Il 22 maggio 1937 (18 giorni prima di venire ucciso con il fratello Nello), Carlo Rosselli, in una commemorazione alla sala Huyghens di Parigi, ricordava Gramsci come uomo “Intimo, riservato, razionale, severo, nemico dei sensitivi e delle cose facili, fedele alla classe operaia nella buona come nella cattiva sorte, agonizzante in una cella, con tutto un esercito di poliziotti che cercano di sottrarlo al ricordo e all’amore di un popolo …“. Per Gramsci “conta(va) solo la coerenza e la fedeltà a un ideale, a una causa, che vive di se stessa, indipendentemente da ogni carriera e da ogni interesse personale“.

Negli scritti che gli vengono dedicati sulla stampa comunista, viene sempre definito capo del partito: “Il nome di Antonio Gramsci sta scritto a lettere d’oro sulla bandiera dei lavoratori italiani”.

Ma chi è stato Antonio Gramsci? Il più importante intellettuale italiano del Novecento, fondatore e dirigente del Partito Comunista, arrestato dal fascismo nel 1926 (aveva 35 anni) e detenuto fino alla sua morte, sopraggiunta per emorragia cerebrale.

Durante la prigionia nelle carceri fasciste, scrisse una raccolta di testi e di appunti – Quaderni del carcere – recuperati dopo la sua morte e portati a Mosca, pubblicati dall’Editore Giulio Einaudi, organizzati e rivisti da Felice Platone sotto la guida di Palmiro Togliatti, in una prima edizione tra il 1948 e il 1951.
I Quaderni (33 pervenuti), ebbero un enorme impatto nel mondo della politica, della cultura, della filosofia e delle altre scienze sociali dell’Italia del Dopoguerra, permettendo al Partito Comunista di avviare un’egemonia culturale incontrastata nel mondo intellettuale.

Le condizioni in cui nacquero indussero Gramsci ad approfondire riflessioni in completa solitudine, dando così vita a scritti che proprio da questo carattere di autonomia da un dibattito pubblico vedono nascere le maggiori ragioni di interesse. Da una parte Gramsci considerava quegli scritti quasi ‘esercizi’ contro l’inaridimento causato dalla vita carceraria, dall’altra era cosciente della possibilità di teorizzare libero da questioni politiche contingenti, quindi ‘per l’eternità’.

Dopo 83 anni dalla sua morte, è ancora animato il dibattito sull’ interpretazione del suo pensiero. Luigi Berlinguer ha presentato Antonio Gramsci come uno dei “padri della patria“.