“Speriamo che in paradiso ci sia una squadra di calcio, così che tu possa continuare a essere felice correndo dietro a un pallone. Onore a te, fratello Andrea Fortunato”. Un Gianluca Vialli con la voce rotta dal pianto salutò con queste parole, per l’ultima volta, Andrea Fortunato, morto esattamente 25 anni fa, il 25 aprile 1995, per le conseguenze di una leucemia. Aveva 23 anni. Partì da Salerno a soli 13 anni, con il permesso della famiglia, a patto di proseguire gli studi. Entrò nelle giovanili del Como: sul Lario debuttò in Serie B.
Capelli lunghi al vento, Fortunato si beveva la fascia sinistra e si impose come uno dei terzini più in crescita del panorama italiano, al punto da meritarsi la chiamata in Serie A da parte del Genoa, nel 1991. Tuttavia, la concorrenza di Branco era un ostacolo molto difficile da superare: il Grifone, che lo aveva pagato quattro miliardi, lo mandò a Pisa. L’esperienza pagò, perché Fortunato tornò in rossoblu da titolare fisso nella stagione 1992-93. Nell’anno a Genova, 33 presenze e tre gol. Nell’estate del 1993 passò alla Juventus su esplicita richiesta di Giovanni Trapattoni. Un’estate irripetibile: non solo arrivò in bianconero, i colori per cui tifava sin da bambino, ma raggiunse anche la maglia azzurra. Il 22 settembre, infatti, Fortunato esordì in Nazionale contro l’Estonia, in una gara valevole per le qualificazioni ai Mondiali.
Invece la flessione fu rapida e verticale: Fortunato era in campo quando la Juventus fu eliminata dal Cagliari in Coppa Uefa. Non era lui. I tifosi lo presero di mira, tirandogli addosso uova marce in una sessione di allenamento: “Indegno”, gli urlavano, spintonandolo. Il giovane era il primo a sapere di essere in calo atletico, ma era anche il primo a cercare una risposta al perché fosse sempre stanco e martoriato da una febbre persistente. E con lui lo staff medico della Juventus, che – terminato il campionato – il 20 maggio 1994 lo portò all’ospedale Molinette per effettuare delle analisi approfondite, perché il terzino faticava anche a finire un’amichevole. Leucemia linfoblastica acuta, la diagnosi agghiacciante dei medici: a quel punto le scuse di chi lo attaccò, persino fisicamente, servivano a poco.
Occorreva combattere contro una malattia terribile. Solo un trapianto con un donatore compatibile poteva salvare Fortunato. Ma a Torino non se ne trovavano. E così nel luglio del 1994, mentre negli Stati Uniti la Nazionale appena sfiorata si stava giocando un Mondiale, fu trasferito al Centro trapianti di midollo osseo di Perugia, dove gli vennero infuse le cellule sane della sorella Paola: non furono assorbite dal suo organismo, così si provò con quelle del papà Giuseppe, che invece attecchirono, al punto che il terzino lasciò l’ospedale e addirittura si allenò con i giocatori del Perugia. Ma quando sembrava vicino al gol più importante, Fortunato fu sconfitto dalla vita: una polmonite interstiziale si rivelò letale per l’abbassamento delle difese immunitarie dovuto alla battaglia contro la leucemia. E se 25 anni dopo viene ancora ricordato, significa che il ragazzo dai capelli lunghi qualcosa ha dato. Anche se ha avuto poco, troppo poco tempo.

