Non nasce solo dalla lettura, dallo studio della storia, da quelle pagine che raccontano del fascismo, delle persecuzioni e della dittatura: e poi della guerra, degli alleati, degli sbarchi. Dei partigiani, in montagna, di uomini e donne di tutte le età, di tutte le parti politiche, socialisti, comunisti, cattolici, del Partito Popolare, del Partito d’Azione.
Non nasce solo da qui, dagli approfondimenti dalle analisi, l’essere di parte, l’essere dalla parte della lotta per la libertà, l’essere dalla parte di coloro che respirarono in quei giorni, l’atmosfera della liberazione di Milano, l’essere dalla parte delle donne che sorridenti scendevano nella pianura, con il loro nome di battaglia e i loro ricordi di paure e di morte.
La guerra è fatta di morte, di sangue, del fetore dei corpi, di pianti di figli e di madri, di attese, di ritorni, di ossa disperse nelle desolate lande. In queste catastrofi che la guerra trascina con sé, soprattutto se si tratta di una guerra civile, c’è sempre chi si schiera dalla parte giusta e chi dalla parte sbagliata.
E i nazifascisti stavano dalla parte sbagliata, senza se e senza ma. Non nasce solo da questa consapevolezza la necessità di ricordare e celebrare, sempre, il 25 aprile.
Nasce dalle voci, dalla narrazione di piccole storie, di fatti quotidiani, di ricordi, nasce dalla vista di quel luogo, di quelle croci, di quelle lapidi.
La bambina è seduta sotto il tavolo della cucina, fa finta di giocare con una pallina di pezza, a cui è attaccata una cordicella di spago. Ma ascolta, ascolta la madre che racconta ad un’amica. Lo portarono alle fosse ardeatine, era giovane, mio fratello, aveva 17 anni. E la piccola pensa a quel ritratto di ragazzo sorridente che la madre conserva chiuso in un medaglione. Ne uccisero 335, si stancarono a furia di premere il grilletto. Ora possiamo andarci, lì, in quelle cave, a portare un fiore.
Un fiore, sul ponte, un garofano rosso. Lo porta ogni anno, il 25 aprile. Sul ponte c’è la lapide, il nostro ponte, dice fiero il nonno, mentre cammina con suo nipote, già giovanotto. Noi lo difendemmo ed evitammo il crollo. Non ci riuscirono a fermarci, i tedeschi. Era il momento di agire, non ne potevamo più di una inutile guerra e ancora prima, qui, anche nel nostro paese, c’erano state le purghe e l’olio di ricino. Il giovanotto si guarda intorno, il fiume scorre con la storia, ma le storie restano nei cuori. Il garofano è caduto, il giovanotto si affretta a raccoglierlo, guai, se qualcuno osa calpestarlo. Il nonno aggiunge: lo facemmo per la libertà.
La libertà, infine, l’abbiamo conquistata, ma qui, sotto la linea gotica è stata durissima. Lei si ferma a guardare la lapide, sul muro, che ricorda la fucilazione di una partigiana. Venga, dice il collega della scuola di Monteleone, che la sta accompagnando in questo viaggio tra la storia. Nella piazza una grande stele con i nomi di 23 morti. Per rappresaglia. 23 morti di ogni età, in un paesino di poche anime. C’era anche mio nonno, ma riuscì a mettersi in salvo, correndo giù in valle, verso il fiume.
Il fiume scorre vicino alla grande croce che ricorda le vittime della Repubblica dell’Ossola, una straordinaria esperienza tragicamente sepolta nelle condanne a morte e nelle fucilazioni. Uno solo si salvò, sotto i corpi dei compagni ancora respirava. Ebbe il tempo per tutta la vita, di raccontare come andò. E di ricordare il grande latinista Concetto Marchesi, che lasciò l’Università di Padova e salutò gli studenti con queste parole. All’inizio le leggeva, scritte su uno stropicciato fogliettino. Ma, infine, le recitava a memoria: “Studenti: non posso lasciare l’ufficio del Rettore dell’Università di Padova senza rivolgervi un ultimo appello. Una generazione di uomini ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra patria. Traditi dalla frode, dalla violenza, dall’ignavia, dalla servilità criminosa, voi insieme con la gioventù operaia e contadina, dovete rifare la storia dell’Italia e costituire il popolo italiano… Per la fede che vi illumina, per lo sdegno che vi accende, non lasciate che l’oppressore disponga della vostra vita, fate risorgere i vostri battaglioni, liberate l’Italia dalla schiavitù e dall’ignominia, aggiungete al labaro della vostra Università la gloria di una nuova più grande decorazione in questa battaglia suprema per la giustizia e per la pace nel mondo.”
La pace nel mondo: dobbiamo partire dal 25 aprile, la data della nostra Repubblica, della nostra liberazione, la data delle nostre radici democratiche per costruire un mondo senza violenza, un mondo di giustizia. Il relatore si ferma, si guarda intorno. I giovani sventolano le bandiere arcobaleno. A lei sembra la solita retorica pacifista. Ancora con questo 25 Aprile!
Ancora con il 25 aprile, ancora e ancora, con tutto quello che significa, la data della nostra democrazia, che occorre sempre difendere, senza cedere. Il 25 aprile, la data che incarna i valori che troviamo nella nostra Costituzione, scritta in una lingua italiana limpida e cristallina, una lingua chiara come è chiara e moderna la lezione che ancora ci consegna.
Viviamo in tempi duri in cui sono messi in discussione i diritti delle donne, in cui sono evidenti rigurgiti di antisemitismo e di razzismo, in cui la solidarietà e la pietas umana vengono disprezzati ed etichettati con un termine terribile, buonismo, in cui le diseguaglianze crescono, in cui la scuola deve riconquistare il suo ruolo di promozione sociale: il 25 aprile può costituire il faro contro gli oscurantismi. La lezione che ci consegna il 25 aprile, la cantiamo oggi, in casa, in quarantena. Sulle note di Bella Ciao, dell’Inno di Mameli, sappiamo che riconquisteremo una nuova e antica libertà.
REDENTA FORMISANO

