Pippo Fumo è un pilota d’aereo nocerino che da anni vive all’estero, in attesa di riabbracciarlo dal vivo in virtù di una conoscenza più che quarantennale, ecco il suo racconto Covid.(m.m.)
Direi che in pochi hanno potuto vedere gli effetti globali del CV come chi, come me, il mondo lo gira per davvero. Siamo una razza sola e non siamo tutti uguali, ma ci sono momenti dove si annullano tutte le differenze.
Gli eventi che meritano un’attenzione globale sono pochi, una generazione di solito li conta sulle dita di una mano. Sono eventi segnanti e inattesi, che si consumano in poche ore e si ricordano per la profondità con cui graffiano la nostra memoria. Ma ora è diverso. La particolarità sta tutta nella sua lenta e inesorabile progressione, nella possibilità di riviverne tutte le fasi già viste e vissute altrove, nella certezza che si ripeteranno gli stessi errori, le stesse dinamiche e le stesse polemiche.
Ero in Italia quando si è capito che Wuhan non è poi così lontana e il virus già girava anche tra di noi, da settimane. Ho visto una nazione capire a stento che qualcosa andasse fatto, e subito. Ho visto una nazione che, non essendo usa ad agire in tempi brevi, ha dovuto trovare coraggio e determinazione nella paura. Nel giro di pochi giorni tramontava la quotidianità di un popolo per far posto ad un unico argomento, un’unica ossessione. Non so se sia giusto o sbagliato, ma per l’italiano il coinvolgimento emotivo è necessario per elaborare al meglio la realtà, per fargli superare il distacco che separa il suo personalissimo mondo dalla società in cui vive. È difficile fargli alzare la testa e vedere gli altri, ma quando lo fa non si tira indietro.
Abbiamo avuto il discutibile privilegio di far capire all’occidente, al primo mondo, che stavolta il problema lo riguardava direttamente. Non era un racconto di sofferenze lontane, ma una realtà a portata di mano. Ognuno con la sua tempistica, ma uno ad uno tutti gli Stati hanno dovuto cedere difronte all’evidenza della realtà, più forte di ogni confine e più alta di ogni muro. Incurante di nazionalismi e politiche isolazioniste, il virus ci ricorda che siamo tutti uguali e viviamo sulla stessa barca.
Come di notte, quando pian piano tutte le luci si spengono, lentamente tulle le Nazioni si sono chiuse agli altri e si sono ritirate in casa. Oggi viaggiare è praticamente impossibile, il villaggio globale è tenuto artificialmente in vita dal web. E grazie al web abbiamo tutti una finestra in più in casa che si affaccia ovunque desideriamo. Fare quarantena a Dubai non è diverso che farla a Nocera, i rapporti con l’Italia si tengono allo stesso modo.
Qui, dove vivo, passa un crocevia globale importantissimo. Qui si uniscono i popoli non solo nel senso fisico, ma anche temporale. Ognuno porta con sé, oltre che la sua lingua e la sua cultura, anche il suo evo. Spesso riconosci il te stesso di due secoli fa, molti vedono cosa il futuro ha in serbo. In questo luogo, che forse rappresenta la globalizzazione più di ogni altro, si stanno affrontando le difficoltà del momento con eccezionale determinazione. Generalmente tutti seguono le indicazioni ricevute, c’è un certo pragmatismo sia nelle misure decise che nella loro applicazione. Chiaramente non tutte le realtà sono uguali, alcuni confini sono dorati, altri molto meno. La maggioranza dei residenti è straniera e di passaggio (dai mesi ai decenni, ma di passaggio), per cui si vivono più realtà contemporaneamente. Il riferimento sul da farsi è unico, non ci sono conflitti di competenze. La struttura regge bene l’impatto delle restrizioni, anche prima potevi non uscire di casa per settimane e farti arrivare tutto sull’uscio di casa. Osservare le reazioni degli altri ti fa capire che, anche se molto diversi, abbiamo tutti paura allo stesso modo, l’istinto ci porta a reagire in modi molto simili, a prescindere da censo e cultura. Tutto sommato per molti è cambiato poco, ma per alcuni è cambiato tutto. Se perdi il lavoro torni, in fretta, a casa. Fine della corsa. E questa consapevolezza, forse, si percepisce solo qui. Quando tutto avrà fatto il suo corso c’è da augurarsi che non torneremo rapidamente alle solite, miopi beghe provincialiste, ma che avremo imparato ad avere una visione genuinamente globale. Il futuro passa da lì.
GIUSEPPE FUMO

