Coronavirus – quando il mondo sottovalutò l’asiatica…

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Questo atteggiamento era almeno in parte giustificato dal fatto che, a differenza del nuovo coronavirus, l’influenza asiatica del 1957 era effettivamente “solo” un’influenza. Ma non era più “benigna” del solito, anzi era molto più aggressiva.

Secondo stime successive, l’asiatica contagiò tra il 10 per cento e un terzo dell’intera popolazione mondiale. In Italia contrasse la malattia un italiano su due, 26 milioni di persone, tra cui l’85 per cento della popolazione tra i 6 e i 14 anni. Con una mortalità stimata inferiore allo 0,2 per cento (cioè 0,2 morti ogni cento persone contagiate), l’influenza asiatica era comunque ben più pericolosa di una normale influenza stagionale, che ha una mortalità in genere dello 0,01 per cento e solitamente viene contratta dal 10-15 per cento della popolazione. In Italia, le morti causate dall’asiatica furono stimate in circa 30 mila.

Negli Stati Uniti, dove la malattia si presentò in una forma più aggressiva, furono 116 mila. In tutto il mondo, si calcola che i morti furono tra uno e 4 milioni.

Allora come oggi la politica si divise, anche se l’epidemia non ottenne mai il centro del dibattito (nemmeno il contagio della moglie del presidente della Repubblica, il settantenne Giovanni Gronchi, riuscì a portare l’influenza in prima pagina). I comunisti accusarono il governo guidato dal democristiano Adone Zoli di non aver affrontato adeguatamente l’epidemia e dalle pagine del quotidiano di partito L’Unità scrissero che «si doveva e si poteva fare di più».

Agli attacchi rispose l’Alto commissario per l’igiene e la sanità (il ministero della Sanità, diventato oggi della Salute, sarebbe stato creato soltanto l’anno successivo), il senatore Trentino Angelo Mott, che ammise alcuni errori iniziali, ma rassicurò sulla gravità della malattia.

Alcune centinaia di migliaia di italiani poterono persino ascoltare e vedere in televisione l’Alto commissario mentre garantiva che «il decorso della malattia» era nel complesso «benigno»; e, visto che la RAI aveva iniziato le trasmissioni regolari appena tre anni prima, Mott potrebbe quindi essere stato il primo politico in assoluto a pronunciare in televisione le parole «non è il caso di allarmarsi».

A parte la decisione di assecondare la richiesta di alcune autorità sanitarie locali, e consentire che alcune scuole elementari nelle zone più colpite rimanessero chiuse qualche giorno in più al ritorno dalle ferie estive, degli interventi di Mott e dei ministri di allora per fronteggiare l’epidemia non è rimasta grande traccia. Al discorso funebre tenuto dal presidente del Senato Amintore Fanfani, dopo la morte di Mott, il suo ruolo durante la crisi dell’epidemia non venne nemmeno menzionato.